CAPRIOLI

A volte il foglio bianco e la penna si coalizzano nel rabbonire
ogni volontà di scrivere. La stesura di “caprioli” deve aver
sofferto questo sortilegio : infatti più volte ne ho tracciato
l’inizio per poi accantonarlo, ..chissà perchè. Forse certi eventi
vissuti li senti inspiegabilmente tuoi, tuoi e basta, non
condivisibili con altri. Coltivi la convinzione (forse erronea)
che pochi potrebbero comprenderti, a parte i “tormentati” dalla
tua stessa passione per una eclettica motocicletta dal motore
bicilindrico a -V- in frontemarcia.
In ogni caso  quì mi sento in buona compagnia, così in questi
giorni ho ripreso quel foglio e ho “affrontato” il bianco della
carta, la quale subisce con pazienza ogni sopruso.
Per chi fra voi avrà la bontà d’animo di leggermi vi parlerò di un
bellissimo luogo miracolosamente sopravvissuto e abitato da un
magnifico Popolo : quello degli alberi. Vi racconterò una giornata
intensa, molto speciale, vissuta in compagnia della mia Moto Guzzi
: insieme abbiamo ascoltato gli alberi, insieme abbiamo incontrato
i caprioli e..Sean Connery  nell’Eremo di una fiabesca foresta.

Portare le ruote della mia California lungo gli ultimi paesaggi
continua ad essere il mio “credo” e non saprei concepire una
diversa filosofia motociclante. …Ma è sempre peggio, anno dopo
anno.

Cera una volta il paese più bello del mondo : l’Italia. I suoi
incantevoli paesaggi ispirarono i giganti della letteratura da
Stendhal a Hesse, mentre mille luoghi meravigliosi costituivano la
meta più ambita per le intelligenze di mezza Europa. Questo fino a
trenta anni fa, poi una tempesta di laido cemento si abbattè sullo
“stivale” come il peggiore dei cataclismi : i ladri di paesaggi si
arrogarono quel “Panorama Italiano” privo di tutele e
cementificarono in ogni dove. Scempio che ancora oggi continua :
sovente l’Italia paesaggistica sopravvive in poche vedute
ipotecate, oppure in qualche Parco Nazionale i cui “vincoli”
suscitano da sempre insofferenza.
Nel cuore dell’appennino tosco-romagnolo ancora esiste (resiste)
una meraviglia scampata  : il Parco Nazionale delle Foreste
Casentinesi.
Ahh..!! Le strade del Casentino, esse sono la mia benevola
“coperta di Linus”. Per me una giornata “libera” significa salire
sulla Guzzona all’alba per poi lasciarla al tramonto, da mattina a
sera, da buio a buio lungo strade “sepolte” dagli alberi. Gli
alberi : che magnifico popolo!

SOLAMENTE UN GENIO….
E’ “lei” la mia prediletta : la Statale 71 Umbro-Casentinese. La
mia”Strada del Cuore”.
Ho una particolare adorazione per una garbata stradina che da
Badia Prataglia conduce a Camaldoli (provincia di Arezzo) e in
seguito al Sacro Eremo immerso nella foresta di Camaldoli. Si
costeggia un castagneto secolare prima del “tuffo” in una selva la
cui ombrosità incute addirittura soggezione, in realtà è un
benigno abbraccio che avvolge te e la tua moto curva dopo curva
fino all’Eremo : un luogo che ha dichiarato Pace al mondo intero.

Un soleggiato pomeriggio autunnale. Le ore sono trascorse come
minuti, alle mie spalle centinaia di chilometri e mille curve
zuccherose in cui sono andato “giù” fin quasi a “scintillare”.
Finalmente dopo tante vedute panoramiche di creste montuose
eccolo, davanzti ai pugni sui manubri, il sinuoso nastro grigio
immerso in una selva che mi inghiottirà. Vi sono migliaia di fusti
ombrosi, ovunque poso lo sguardo trovo il labirinto dei tronchi
(alcuni enormi) di una faggeta inviolata dal sole, il quale
“passa” a stento in cerca di funghi. Quì regna una ancestrale
oscurità.
In questo luogo veniamo sempre in due: io e la mia California.
Torno quì quando ho fatto il “pieno” di gente e di stress e non
c’è mai nessuno, a parte qualche visita turistico-religiosa
durante il wekk end. E così sia per sempre.
Frulla gagliardo il bicilindrico  rhurhurhurhurhu.. : da molte ore
e da molti anni questo battito cardiaco mi delizia e mi tormenta
senza pace. Davanzti alle ginocchia due “teste” impavide, vive,
generose. Il piede sinistro a cercare quel magnifico Clock a
“bilanciere” che dona un senso a questa motocicletta, le braccia
aperte sui manubri ad abbracciare l’aria proprio come i due
cilindri a -V-, la grande sella che sembra avvolgermi anche
l’anima.. .
Solamente un genio poteva concepire una motocicletta simile, mai
vorrei scendere da quella sella. Sì, sarò Guzzista per sempre,
Guzzista fra i Guzzisti, e non mi arrenderò mai. Mai.
Rhurhurhurhurhu…. mi lascio inghiottire da una foresta da cui
non uscirò più, quì voglio resatare  per sempre.

FRA IL POPOLO DEGLI ALBERI
Gioisco di questa meraviglia col bicilindrico a 3000 giri in terza
marcia : è la marcia dei “pensieri”, per me è la miglior “coppia”
di ingranaggi di tutto il cambio. Curva dopo curva mi avvicino al
Sacro Eremo …e fa un freddo cane, quì, dove il sole non riesce a
vincere. E’ il momento di una sosta.
Fermo la California sull’asta laterale e scendo e cercare un
pullover all’interno di una borsa : Il “cloc” della serratura
rimbalza da un tronco all’altro in un perpetuo echeggiare. 
Rimango immobile ad ascoltare il silenzio rotto solamente dal
ticchettio della Guzzona accaldata, avverto il respiro di un
popolo che ho imparato ad ascoltare : quello degli alberi. Il loro
è un grido disperato e un severo Jaccuse:

“Ehi tu, con la moto, sì, proprio tu, guardaci! Vi accorgete di
noi solamente d’estate in cerca d’ombra, consumate il nostro
ossigeno senza un grazie, ci sterminate in tutti i modi e quando
volete vi prendete il nostro legno col vostro acciaio vigliacco.
Nemmeno capite che senza le nostre chiome e le nostre  radici vi
ritroverete l’acqua e il fango in casa. Babbei!”

Eppure c’è stato un tempo in cui abbiamo venerato questo “popolo”.
Tacito racconta che persino i Legionari di Cesare avevano timore
di tagliare i grandi alberi perché la maledizione li avrebbe
colpiti in battaglia. Alce Nero rinchiuso in una “riserva” come
un’aquila in gabbia così disse : “Sai che gli alberi parlano? Sì,
parlano. Parlano l’un con l’altro, e parlano a te, se li stai ad
ascoltare” (1930). Il giornalista lo prese a ridere, ..il solito
“stregone pazzo”.
Con una arrogante alzata di spallucce abbiamo liquidato in fretta
“antichi” e “selvaggi”, mentre riabbottono il Belstaff rifletto
sul nostro mancato bagno di umiltà. Metto il casco e rimonto in
sella.
Anche questo “tempio” della natura è assediato come Forte Alamo :
brigate di speculatori bramano di insediare pure quì i loro
maledetti “villini a schiera” e prima o poi troveranno qualche
spiraglio fra l’unica “selva” che conoscono : 150.000 leggi.
No, non possono vincere sempre! Se ancora conoscete un bel
paesaggio difendetelo, amici, difendetelo coi denti se necessario
perchè non possiamo lasciarci derubare ancora, di “bellezza” ne è
rimasta poca. Diffidiamo di certi “ecologisti da salotto” : sono
troppo “impegnati” sulle emissioni dei motorini a 2 tempi. Siamo
noi quelli veri, in ogni motociclista si cela un inconsapevole
paesaggista.

SCURI DIAMANTI ARDENTI
Il mio pessimismo “ecologista” si attenua percorrendo questo
zuccheroso percorso : anche questa esigua strada è costata molti
alberi, certo, ma paradossalmente non sembra affatto una violenza
al bosco e sovente vi sostano i caprioli. A quanto pare sappiamo
anche “costruire” quando lo vogliamo.
Rhurhurhurhurhu.. quasi posso contare i giri dell’albero motore
sospeso fra i 90 gradi della -V-. La velocità qui è semplicemente
inconcepibile. Il grigio-argento “corre” un palmo sotto alle
pedane poggiapiedi, ai lati ventagli di foglie ingiallite
svolazzano al mio passaggio per poi riposarsi dietro ai rimbrotti
delle marmitte, rhurhurhurhurhu.. E dopo una curva a “gomito”…mi
aggrappo a freni e frizione! Due caprioli! Lì!..a pochi metri.
Stupendi. Essi sono visibilmente attoniti, i loro manti quasi
rossicci sembrano elettrizzati, sono due esemplari adulti. Gli
animali balzano in alto il capo adorno di palchi e mi fissano con
occhi gagliardi come scuri diamanti ardenti. Per alcuni secondi
restano immobili fissando ipnotizzati quell’essere misterioso dal
grande occhio luminoso (il faro acceso) e il verso sconosciuto (il
motore al minimo). In loro lo stupore vince ogni atavico timore ;
in me la meraviglia è paralizzante.
Poi con un balzo portentoso si tuffano nella selva e li vedo
svanire fra gli alberi, un esemplare indugia nel fissarmi qualche
attimo, poi scompare. Nulla. Solo alberi. “Buona fortuna!” (grido
al bosco), ..e girate alla larga dai “bipedi” miei simili, sanno
pensarvi solamente con contorno di polenta.
Che spettacolo, mai avevo visto i caprioli così bene, e così
vicini! Tiro un sospiro emozionato e riparto…cof! cof! La moto
“affoga”. Accidenti ero in terza! Le spie accese come uno
schiaffo. Wrummm! Clock Clock seconda e prima, riparto.

HO INCONTRATO SEAN CONNERY
Imperiosi abeti sostituiscono progressivamente i faggi e manca
poco al Sacro Eremo. Eccolo : il parcheggio antistante l’ingresso
è l’unico spazio aperto dopo tanta ombrosità. Non c’è nessuno e
l’Eremo è  chiuso al pubblico, ma stranamente la piccola chiesa è
aperta come speravo. Quì lascio la Guzzi sull’asta laterale.

Nel lontano 1025 un Pellegrino precursone di S.Francesco costruì
un tempio in una selvaggia foresta del Casentino : Romualdo da
Ravenna. Quasi mille anni dopo l’Eremo di Camaldoli, più celebre
come “l’Eremo nella foresta”, è il luogo evangelico dei monaci col
Saio bianco. Essi osservano una sorta di clausura oltre alla
letizia con tutto e tutti, insetti compresi, secondo l’antica
dottrina  di Romualdo.
Ai monaci camaldolesi si deve la salvaguardia di queste abetaie
“canadesi” dal verde luminoso, oggi decorate dalla Comunità
Europea. Romualdo e Alce Nero non sono un sillogismo improbabile.

Siedo nell’unica panca esistente mentre la fioca luce di un cero
mi guida all’immagine del Cristo, o forse è il Cristo che trova
me. Vorrei tanto chiedergli se lo rifarebbe : finire crocefisso
per noi, miseri immeritevoli di cotanto sacrificio.
Il ticchettio della Guzzi accaldata alle spalle e gli scricchi del
legno sono gli unici rumori in questo luogo prodigo di un
benessere indefinibile. Da sempre credo in Dio nonostante le
sciocchezze che mi hanno raccontato per farmi credere in lui, e ci
credo a modo mio, solo e in silenzio.
Una calda mano mi riscalda una spalla : una tonaca chiara e un
volto sorridente dai denti come ciotoli di torrente. Ancora due
occhi ardenti di “capriolo” mi fissano : “Lei è il
motociclista…, quello che viene nella chiesetta quando non c’è
nessuno, oggi l’abbiamo aperta per lei. Vada con Dio”. Balbetto
qualcosa mentre lo guardo di spalle uscire e benedire con un cenno
la mia Guzzi, un attimo fuggente.
Perbacco! Sembrava Sean Connery nel “Nome della Rosa”. Esco a
cercarlo e lo vedo svanire nell’oscurità degli alberi, proprio
come i due caprioli. Nulla. Solo alberi. Dove andrà a quest’ora?
Nel bosco poi? Mah. “Buona Fortuna!” (grido al bosco) Mi ritorna
un “vada con Dio”.
Anche un percorso in moto in un luogo caro può svelarti la gioia
della vita : un dono meraviglioso di cui spesso non hai coscienza.

Accidenti com’è tardi..e sono così lontano da casa. Il sole ormai
prossimo ad entrare fra gli alberi mi tinge dei dorati bagliori
del tramonto, saremo a casa a notte fonda, io e la mia Guzzona, ma
andrà tutto bene : lassù qualcuno ci ama.
Wrummm! Clock della prima, verso casa col faro acceso nella ormai
buia foresta. Quì devo venirci ancora, mi fa bene all’anima..

Andate con Dio. Lampeggi a -V-.

Fabio Baldrati. (Ravenna)

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