un mondo piccolo (e rotondo)


Era più stupido che cattivo; ma cattivo lo era. Evito di accostare il soggetto
alla “bestia” per rispetto verso gli animali. Non c’è paragone con
l’accompagnatore del tenente Jonh Dumbar nella prateria, il tipo era
effettivamente vicino alla “bestia” e nemico giurato del sapone, però era di
indole buona.
Il mondo è piccolo, rotondo e affollato: giri su una palla chiamata mondo in cui
sempre,  puntuale come una tassa, e sempre troppo presto, ti imbatti in chi
speravi di non vedere più. E invece…guarda un po? Chi ti ritrovo? “e paracàr”!
(in romagnolo significa “il paracarri”).
Avete mai conosciuto un individuo sensibile, espressivo, acculturato, garbato
come….un paracarri? Probabilmente sì, perché questi “campioni” sono debordanti
dal polo-nord al polo-sud della “palla-mondo”. Se poi ne avete sopportato
rozzezza e atteggiamenti prepotenti….allora ne avrete pure un ricordo rancoroso.
Grazie a Dio scampai a certe sue angherie….anzi no, Dio non c’entra nulla: un
pesante scarpone sì. Ma tanti poveri ragazzi più deboli li ricordo con un velo
di amarezza; quel giorno sul passo della Cisa rivedevo le loro facce impaurite,
sembravano “il grido” di Munch, quindici anni dopo sentivo le loro voci:
daiiiiii….presentagli il “conto” a quel bastardo. Eh sì, dovevo infliggergli
qualcosa di esemplare, non mi sarei sopportato se ci avessi messo la solita
“pietra sopra”. Perché quando ci vuole ci vuole! Il mondo piccolo & rotondo mi
aveva presentato un’occasione: far pagare a quell’orango-tango  un po di
“giustizia”, e quelli come lui pagano così raramente… . Mi venne un’idea da
vendicatore raffinato. Lo rifarei? Oh….eccome! I prepotenti mi hanno sempre dato
sui nervi.

+  +  +  +  +


Cosa c’entra la moto con il servizio militare? Nulla, semplicemente un bel
giorno ho rivisto “e paracàr” durante uno dei miei giri-in-giro
motociclanti; nel contesto della moto gli ho presentato il “conto”: credo
inadeguato, in compenso abbastanza affilato. Quando senti di essere nel giusto
la vendetta ha un sapore dolce, e non ingrassa.

UN MESE SU 12

Devo spendere più di una riga per spiegare un po di precedenti.
Ho sostenuto il servizio-militare nel 1981nei pressi di Verona, nel Genio. Di
quei 12 mesi ne getterei 11 alle ortiche senza rimpianti. Un mese invece….fu
proprio bello: il “campo d’arma” in riva all’Adige per la costruzione di un
ponte galleggiante sul fiume. Era febbraio, faceva molto freddo, di notte si
dormiva in tenda con sacchi a pelo di piumino d’oca. Quando non si costruiva il
ponte si andava al poligono di tiro. Un periodo in cui si forgiarono forti
amicizie, insomma una bella esperienza. Se tutto il “militare” fosse stato così
ne avrei promosso l’istituto a pieni voti.
In quella caserma c’erano seicento giovani di ogni estrazione sociale
provenienti dal Trentino alla Calabria; questo mi ha fatto capire quanto sia
complicata un’Italia costituita da un coacervo di culture diversissime nella
concezione di “tutto”. Non c’è un popolo italiano: ne esistono trenta. Questo
paese soffrirà sempre un deficit di “identità nazionale”, e sempre governi di
ogni colore patiranno le fatiche di Ercole per governarlo decentemente bene.
La “leva obbligatoria” non esiste più da anni: questo nel bene (un mese su 12) e
nel male (….i restanti 11). Oggi certi giovani particolarmente timidoni non
patiscono alcuna “scossa” benefica, non imparano a cavarsela da soli lontani da
casa (….senza mammà a sistemargli calzini e nastrini). Però scampano a quel
piccolo-grande inferno di frustrazione, e rovina persone, che fù il “nonnismo”
nelle caserme.
Dio….che squallore.

LA CATTIVERIA DEL NONNO

I “nonni”, così si chiamavano i prossimi al congedo, infliggevano alle reclute
mille umiliazioni, scherzi pesanti e angherie: gavettoni d’acqua fredda in piena
notte, schiuma da barba mista a lucido da scarpe nel sonno, marcette in camerata
nudi come vermi con gli “anfibi” ai piedi, l’elmetto e una ramazza come puerile
fucile. Ogni sera “dovevi” fare la branda al “nonno” (“la vecchia è stanca”),
poi il mattino seguente, dopo i suoi comodi, ripiegare il materasso all’insù:
“il cubo”. Se osavi dire “no” ti toccava il “jubox”: rinchiuso in un armadietto
metallico a cantare una filastrocca con i pugni sulle pareti sferrati dai
commilitoni (….ne uscivi rintronato e sconvolto); oppure decine di flessioni
sulle braccia col tallone del “nonno” sulla schiena. Il resto della camerata?
Zitti e mosca, solo gli sghignazzi della “vecchia” scandivano quello squallore
indefinibile. Ufficiali e Sottufficiali? Mai presenti in camerata dopo le 20.00,
mai visti alzare una virgola. Il “nonnismo” è stato un fenomeno vergognoso
risaputo e taciuto.
Buon Dio….quante porcherie ho visto infliggere a tanti ragazzi colpevoli
solamente di essere deboli: si defilavano nei bagni e piangevano di rabbia,
perché si piange anche di rabbia, tiravano pugni sui muri fino a sanguinare con
le nocche. Il “nonnismo” era una dittatura, una perversione ereditaria che
forgiava le vittime a diventare futuri fustigatori delle medesime angherie
quando diventavano “nonni”. Una perversione che si rinnovava anno dopo anno:
così da sempre e per sempre.
Quando diventai “nonno” nel mio segmento di camerata questo schifo si fermò, nel
mio piccolo troncai questa odiosa “eredità”. Altri amici di “pari-anzianità”
fecero lo stesso. Poche gocce nel mare.

L’IRA DELL’UOMO TRANQUILLO

In camerata ci stavo pochissimo e cercavo di “apparire” il meno possibile: se
non sei visibile, non sei pensabile. Funzionava: vivevo tranquillo. Ma in
camerata prima o poi dovevo andarci, e una sera dopo la “libera uscita” (erano
usciti quasi tutti) arrivò il mio turno: lo aspettavo, ero preparato, anzi
deciso. Forse sarei finito in infermeria, sicuramente NON dentro il “jubox” e
neppure nei bagni a piangere. Eh NO. Se c’è una cosa che non sopporto sono i
prepotenti che infieriscono sui deboli. Bè, io non ero debole, anzi ben piantato
e con le spalle robuste.
Il “mio nonno” era il peggiore di tutti: un vero bastardo figlio di buona donna
addirittura inviso ai suoi  bei “colleghi”. Non ricordo se proveniva da Piacenza
oppure da Cremona. Era un armadio: alto due metri, il collo più largo degli
orecchi, l’attaccatura dei capelli due dita sopra gli occhi bovini….forse un
residuo neanderthalliano. Era stupido, rozzo e pure cattivo: un mix diabolico.
Un tipo così andava “riformato” solo per stupidità galoppante. Il paragone con
un paracarri mi sembrò calzante, così lo battezzai “e paracàr”, appunto.
Andava sempre in giro con due scagnozzi dal fisico esile succubi di lui: “Gianni
e Pinotto”.

+ + + + + +


Lo vedo arrivare nel corridoio fra i “castelli” delle brande, cammina dondolante
con le manone penzolanti, come al solito; dietro di lui Gianni e Pinotto, come
al solito. Viene da me, lo so, faccio finta di nulla. Fra le brande a “castello”
sono visibile solo dal petto in sù, non è comprensibile ciò che sto armeggiando:
prendo un “anfibio” del “Bepi” (porta il 46!) e lo impugno saldamente nel tacco.
Ueeeeee….! Romagnaaaaaa….!”. Si piazza davanti a una distanza di circa due metri, mi
giunge la sua puzza. Le zampe sui fianchi alla maniera di un “matrone”, la tuta
mimetica orlata di sudore, rumina “cicca” con mascella da cammello, Gianni e
Pinotto sghignazzano alla sua sinistra. Fra me e loro la branda a “castello”, un
lembo di corridoio, dietro alla sua nuca l’armadietto metallico.
Stai pronto che dopo tocca a te…preparati con la ramazza e…..
TUUUNF!
Nell’armadietto alle sue spalle una visibile “conca”, sul pavimento lo scarpone
n°46 del “Bepi”. Gianni e Pinotto sono rannicchiati con le mani sulla testa, lo
scimmione è paonazzo in faccia, balbetta e sputacchia qualcosa: “bbbbb…uuu…”.
E’ idiota, ma l’istinto vale per tutti: capisce che ho mirato due centimetri
oltre il suo orecchio, capisce che la prossima volta gli centrerò il testone,
capisce che lo avrei fatto secco. Il tonfo nella lamiera dell’armadietto gli ha
tramortito l’udito, nella “valle dell’eco” che è la sua testa vaga un ronzio
sordo. Gli “anfibi” del Genio-militare sono più pesanti per ragioni di
“cantiere”; sì…lo avrei accoppato.
Come dice un vecchio proverbio: “bisogna temere l’ira dell’uomo tranquillo”.
Soprattutto di un tranquillo che centellina le parole:

“PRIMA REGOLA: NON MI ROMPERE IL CAZZO!”.
“SECONDA REGOLA: TIENILO A MENTE!”.
“TERZA REGOLA: RACCOGLI I TUOI STRACCETTI E FILA VIA”.

Lo scimmione cominciò dalla terza regola: filò via irsuto e muto con Gianni e
Pinotto al seguito, ‘stavolta non come al solito. Poi osservò anche la prima e
la seconda regola (mi è sempre ronzato alla larga). I prepotenti sono quasi
sempre dei vigliacchi, è importante “colpire” per primi e duramente. Guai a te
se ti mostri debole oppure indeciso. La sera seguente ero di guardia ai “CM”
(camion militari) e quel bastardo prese di mira un ragazzo appena arrivato, si
sfogò su di lui: gli inflisse di tutto, se non lo fermavano gli altri “nonni”
sarebbe finita in tragedia. Poi finalmente si congedò nel sollievo generale,
mentre Gianni e Pinotto rimasti senza “protettore” subirono secchiate d’acqua e
“torte” di dentifricio tre notti a settimana (i nuovi “nonni”).

LIBERTA’ IN APPENNINO

Bè, almeno una cosa il servizio-militare la insegna: il valore della Libertà,
ti accorgi di “lei” solamente quando viene a mancare, come l’ossigeno. Tutti
dovrebbero provare cosa significa, così….per una presa di coscienza.
Finalmente raggiunto l’agognato congedo saltai sulla moto, allora avevo la 1000
SP, caricai tenda e sacco a pelo sul portapacchi e me ne andai in Libertà,
la libertà ritrovata, attraverso l’arco appenninico. Una settimana vagabonda
senza orologio e programmi definiti. Dall’appennino tosco-romagnolo  a quello
tosco-emiliano, tutti i passi frequentati dai “popoli” motociclanti: il
Muraglione, la Campigna, i Mandrioli, la Consuma, la Futa, l’Abetone, la Cisa,
il Cerreto….ho perso il conto. In una settimana tutto quello che c’è fra le
“alture” di Forlì e Piacenza, neppure un chilometro d’autostrada.
Negli anni a seguire altre volte ho ripetuto la “Settimana-Forlì-Piacenza”:
paesaggi incredibilmente belli e garbati, strade ombrose senza traffico, solo i
motociclisti (tanti, con qualche idiota di troppo….) sempre puntuali sui passi a
ridosso della Toscana. Amico mio, se ti piace andare in moto, e ti piace
davvero, questo “pezzo” d’Italia resta il più bell’itinerario su questa “palla”
piccola e rotonda. Dai retta a me: stacca la spina e prenditi una settimana,
vivila con la tua moto senza orologio, infischiatene delle carte stradali, segui
i cartelli e il tuo istinto. Il “navigatore”? Boh….nemmeno so cos’è, non capisco
come si possa andare in moto consultando un ennesimo “video”: pure in moto?! Non
ve ne sono già abbastanza nel nostro vivere?
Rhurhurhurhurhu….sempre
lui, tanto caro, con i coperchi argentati davanti alle ginocchia. Il pulsare del
bicilindrico è il solito insuperabile compagnone: un pulsare civile, sornione ma
niente affatto pigrone; fra le curve è sempre splendido. Niente di meglio per
stare in moto da mattina a sera su strade boscose, ombrose, tortuose,
montagnose.
 




Allora avevo la 1000 SP

 



Caricai tenda e sacco a pelo sul


portapacchi e me ne andai in Libertà

 


Sempre puntuale sui passi appenninici il


“popolo motociclante”.


E’ sempre un’emozione.

 
 



 








 




Paesaggi belli e garbati, strade ombrose oppure “aperte” con
scarso traffico.

Amico mio, se ti piace andare in moto, e ti piace davvero,

questo “pezzo” d’Italia resta il più bello….

 


Morbidezza d’appennino

(ottobre fra Romagna e Toscana)


Fra curve e tornanti puoi vederli nel primo mattino

oppure verso sera

(….con un po di fortuna e un “occhio” pronto)


 


Una moto fra i boschi



NEGLI ARMADI DELLE FOLLIE
Al mattino presto, oppure al tramonto, puoi ritrovarti qualche capriolo davanti
al manubrio fra curve e tornanti, oppure sono al pascolo sui prati ai margini
dei boschi. Nei primi anni 90 sono state istituite alcune riserve naturali nelle
zone più suggestive, viste sulla carta-regionale sono macchie a scacchiera
sempre troppo piccole, comunque hanno favorito un minimo di protezione per fauna
e flora. Dipendesse da me troverebbe istituzione il
“Gran-Parco-Nazionale-Appenninico” dal forlivese al piacentino (e oltre) per
riportare ovunque il lupo, l’orso, il cervo, il camoscio, l’aquila. Perché
questo dovrebbe essere il nostro futuro: la tutela del paesaggio, il quale
potrebbe diventare il nostro “petrolio”. E invece….covano progetti che
andrebbero rinchiusi negli armadi delle follie assieme ai loro folli
“appaltatori”. Torri eoliche alte 130 metri: mostri rotanti per un saccheggio di
boschi e panorami ancora bellissimi. Impianti eolici in un paese privo di vento,
e sugli appennini! Qualcuno fermi questa follia; vile è chi tace. L’Italia non è
la patria di Eolo. Se non le usiamo con intelligenza, queste “fonti
rinnovabili”, diventeranno una sciagura per i nostri paesaggi, altro che “green
energy”! Mentre se lasciamo carta bianca a certi speculatori….ne faranno un
“rinnovabile” saccheggio del territorio.
Mah….questo paese ha smarrito il senno, nessuno saccheggia il proprio “petrolio”
come stiamo facendo noi. Urbanizzazioni incoscienti, la (s)vendita del
territorio (il Demanio), ovunque spuntano transenne rosse per prossime
costruzioni di cui non c’è bisogno (pura speculazione); adesso con questa
“rinnovabile” furbata: povero “belpaese”. In ogni occasione denuncio il
costante abbrutimento dell’Italia: mi sento solo come un derviscio nel deserto,
non starò MAI zitto per quel “niente” che serve. Eppure è il nostro paese. E’ il
tuo paese, amico mio,…..è-il-tuo-paese. Se lo lascerai ai “furbetti del
quartierino” dovrai sopportare te stesso allo specchio, domani.
(Piccola postilla: nell’ultima dichiarazione dei redditi ho devoluto il mio
“5×1000” al FAI: fondo-ambiente-italiano. Una goccia nel mare, ma sono tante
gocce a fare il mare….).
Per conoscere alcune verità (relegate nel silenzio):

www.viadalvento.org
.

Per riflettere sul “sacco d’Italia”:


www.italianostra.it
,

www.patrimoniosos.it
,

www.fondoambiente.it



Dovrebbe essere il nostro futuro: tutelare il


“belpaese”, il nostro paesaggio,


il nostro “petrolio”. E invece….



 

….urbanizzazioni
incoscienti e

diffuse: chi rilascia
questi permessi??

 

 



Zona del passo del Muraglione (Forlì-Cesena): itinerario tanto caro a
molti di noi. Monte Peschiera:


qui sono in progetto 14 torrioni rotanti alti 130 metri, in un luogo
codificato dall’Unesco (!!).


Immaginate in questo paesaggio quale scempio ambientale e paesaggistico.


Questo paese ha smarrito il senno.

www.viadalvento.org
(vedi
Toscana).



Recentemente ho ripercorso una parte del “gran tour dei boschi gentili”, con la
mia Norge 1200: molto moderna, ma sempre “molto Guzzi” (…gran ferro la Norge).
E’ sempre bello, nonostante il verminaio di autovelox più o meno nascosti (più o
meno legali) pronti a morderti. Chi codifica questa oppressione come
“sicurezza-stradale” ha le idee confuse.
Che belli i valici con la Toscana; il “più” di tutti? Non saprei, la
correlazione percorsi-paesaggi mi rende impossibile una classifica. Poi, ovunque
ti fermi per uno spuntino, puoi mangiare divinamente bene, soprattutto nelle
locande dei passi: da sempre tradizionali ritrovi per motociclisti.
Mentre scrivo queste note ricordo il passo della Cisa, fra Parma e La Spezia,
perché proprio lì….il destino mi ha ripresentato quel “paracarri” di militaresca
memoria. Credo fosse nel giugno del 96, forse era luglio,….faceva molto caldo.
Bè, comunque, quel giorno portai un briciolo di giustizia a tante vittime
passate sotto alle sue grinfie.
Avevo la California 1100 EV, la più sbragosa delle mie Guzzi, e secondo me della
Guzzi in generale. Quella moto mi è rimasta nello spirito….se non si decidono a
“rinverdire” come si deve questa “bandiera” di motocicletta vado a Mandello e
divento Wyatt Earp all’Ok Corrall! Lo dico e lo faccio!
 


 

 

 

 




la California: uno Stile. Mi è rimasta nello spirito.

 




Febbraio sui monti d’appennino:


moooolto freddo (molto imbottito).


Ah!….”gran ferro” la Norge.

 

LE FACCE DI MUNCH

Arrivo nel tardo pomeriggio sul valico della Cisa dal versante toscano.
Uuuuuu…..fa un caldo bestia, ho più sete che fame. Quante moto! E’ sempre
piacevole arrivare in moto su un passo appenninico di domenica pomeriggio. E’
l’ultimo giorno: domani si torna a casa. Posteggio la mia California
inclinata sul laterale, come solamente “lei” sa stare. Tolgo il casco e mi
sistemo un po, mi guardo attorno: decine di moto e il consueto panorama di amici
patiti di una medesima “malsana” passione: il “mutòr”. C’è molta gente.
Al solito tante sportive multicolorate e agguerrite, i corrispondenti
“bipedi-intutati” girano fra le moto con mezza tuta “rovesciata” all’indietro a
busto scoperto, il caldo è prepotente. Sempre mi domando perché indossano tutta
quella roba?! Non capirò mai questa mania masochista di soffrire il caldo,
rischiare un collasso, per osservare uno “stile” preconfezionato (!). Entro nel
bar  e ordino un Tè alla pesca (niente bevande gassate o alcoliche).
Coooooosa vedo….là? Ho conosciuto solamente un testone di “cocomero” come
quello, e credo sia un esemplare unico (….lo spero), appena si gira….ti venisse
la tosse….l’è lò! (è lui) Poi distinguo meglio: è un super intutato ultra
“smanettone” con una super-sportiva ultra-colorata (e che altro poteva essere
uno così?). Ho i brividi se penso a come guiderà quel bolide. E’ sempre lui, non
è cambiato a parte dieci chili in più. Gesticola come allora, stesse risatacce
da bucaniere delle Antille. Non è cambiato proprio come non cambiano i
paracarri. Nei “militari” avevo amici che avrei tanto voluto rivedere,
bellissime persone, invece girando sù e giù per questo mondo piccolo vado a
inciampare….in quello lì! Nel “paracarri”! Da solo deturpa il paesaggio più di
una pala eolica.
Quindici anni dopo rivedo le facce di alcuni ragazzi umiliati da lui oltre ogni
bassa misura; mi ricordano “il grido” di Munch.
 



“il grido” di Munch



QUELLI COME LUI NON PAGANO MAI (…QUASI)

Non sono un tipo vendicativo e raramente conservo rancore. In fondo non dovrei
avercela con lui….col cavolo! Mi lasciò in pace perché gli tirai un “anfibio”! A
buona memoria. Ah bè bè…
Certe vocine mi punzecchiano come zecche: “fai pagare il conto a quel
bastardone, una volta tanto, vivaddio quelli come lui non pagano mai….se non
vuoi farlo per te fallo per noi. Per favore
”. Sono le facce di Munch. Mentre
bevo il mio Tè ci ragiono un po, penso a tanti ragazzi di 18 anni con la sola
colpa di essere più esili di me, umiliati fino a piangere da quello lì, che
neppure se ne ricorderà.
Quindici anni dopo rivedo il “nonnismo” da caserma, risento i singhiozzi nei
bagni inutilmente “coperti” dai rubinetti aperti.
Eh sì, gli starebbe bene una lezione a quel grosso pezzo di “cioccolata”. L’ha
sempre fatta franca, non è giusto. Già….ma cosa posso fare? Vado lì e gli tiro
uno stivaletto da moto? Dopo il Tè un caffè ispiratore: un’idea da vendicatore
raffinato mi titilla. Sarebbe più facile metterci un: “ma dai….lascia perdere”.
Dopo non mi sopporterei, perché certe cose vanno fatte.
Piccolo colpo di fortuna: conosco poco le supersportive ma la sua sì, ne aveva
una simile un amico. Quasi tutte le moto hanno quel pulsantino “antifurto” che
annulla l’avviamento, su alcuni modelli esclude la batteria, su altre eccita
l’avviamento ma ne impedisce la messa in moto: gnignignignigni….a vuoto.
Ho visto gente inconsapevole incaponirsi fino a sfiancare la batteria.
Ma sì, gli starebbe bene come un’abito nuovo. Aspetto che lo scimmione si
allontani dalla moto, al momento giusto esco dal bar, metto gli occhiali scuri,
passo vicino alla sua moto e lascio cadere a terra i guanti, col movimento di
raccolta posso camuffare il click sul pulsantino (so qual’è). Un gesto
rapido che passa inosservato. Poi mi sistemo all’ombra a debita distanza,
aspetto con la pazienza del pescatore che ha gettato la lenza.

….UN SAPORE DOLCE, E NON INGRASSA

Se senti di essere nel giusto la vendetta ha un sapore dolce, e non ingrassa.
Aspetto, mi gusto le moto che arrivano e partono, non perdo di vista il
“paracarro”: ride e sghignazza con questo e quello, è variopinto, corazzato e
ingobbito come il gobbo di Notre Dame, suda come un porco….neppure ha il
buonsenso di “stutarsi” come fanno tutti. “L’è propi un paracàr”.
Sono le 17.00. E daiiiiii….dovrai pur tornare alla caverna. Finalmente tira su
la cerniera e mette l’integrale, poi i guanti da guerra. Alcuni amici lo
seguono, forse sono i nuovi “Gianni e Pinotto” (non mi stupirebbe). Monta in
groppa e sistema lo sterzo, armeggia con la chiave fra i manubri, e pigia:
gnignignigni….gnignignignigni….gnignignigni….
niente.
Gnignignigni…gnignigni…
a-ri-niente. Ancora. Ancora. Ancora. Toglie il
casco, è paonazzo in faccia, anzi viola, sbuffa imbufalito, tira un cazzotto sul
serbatoio: “Alùraaaaaa!”: gnignignigni…gnignignigni….Nienteeeeee.
Da fastidio eh? Il mondo è piccolo e rotondo, caro bastardone, può accadere che
qualcuno ti presenti un vecchio “conto” da pagare. Forse non è abbastanza,
meritavi di peggio, cioè di meglio, ma se quel pulsantino diabolico resta
com’è….avrai il tuo avere. E infatti nessuno se ne accorge, perché nessuno ci
pensa. Tutta la Cisa motociclante gli è intorno, ognuno dice quale potrebbe
essere la causa, mentre “e paracàr” comincia a bestemmiare, tira il casco
in terra, sferra pugni sul serbatoio: gnignignigni….daiiiii….troiaaaaaa!!!”.
Gnignignigni…..niente. Non-ci-và!
Tutti ridono, scuotono la testa e compatiscono il personaggio. Lui si vergogna
come un cane, andrebbe a seppellirsi. Ormai ha sfiancato la
batteria…inutilmente. Passa circa mezz’ora, un suo amico (Pinotto?) sfodera il
telefonino e chiama il 116. Mi godo il teatrino della Cisa con un pizzico di
sadismo, lo ammetto, ma credimi, amico mio: gli sta bene.
 


….quel pulsantino è veramente diabolico: non ci penseresti mai…. 



Squote il capoccione, guarda in terra, ripete come un disco rotto: “mò è
sempre andata beeene?! E’ sempre andata beeene?!
”. Nessuno prende la via di
casa, vogliono vedere come va a finire. E arriva il carro attrezzi, quando il
tipo scende gli indicano la moto da caricare. E’ un omino smaliziato da chissà
quante situazioni come questa, conosce le moto modello-per-modello meglio dei
loro proprietari. La rimira bene dal cupolino alla ruota posteriore in un
silenzio di suspance: “Ah! Ma guarda beneeeee….pigia lìììììì!”:
gnignignigni
….Whiuuuuuuuu!” .

HaHaHaHaHaHaaaaaa
….
Una fragorosa risata collettiva riecheggia fra i monti parmensi! Il
“paracarro-Fantozzi” andrebbe a nascondersi demolito dalla vergogna e
dall’imbarazzo. E’ una “botta” molto peggiore di quell’”anfibio” tanti anni fa,
in camerata. Tornerà a casa con le sue ruote, ma il “servizio” lo paga (e costa
caro). Manca ancora la ciliegina sulla torta: fargli sapere “perché”. Approfitto
della piccola confusione delle moto in partenza e scrivo due righe su un
foglietto: “ricordi il 1981? Adesso tocca a te NONNO!”. Ripiego il
biglietto in quattro per renderlo difficilmente apribile, metto il casco, poi
accendo la California e la lascio pronta sul “laterale” (motore al
minimo), mi avvicino a uno dei suoi amici: “questo è per lui”. Poi
inforco la “Guzzona” e filo via, non gli do il tempo di chiedere
spiegazioni.

Lo dovevo a quei ragazzi, e anche a me stesso. Non mi sarei sopportato se ci
avessi messo “una pietra sopra”. Quelli come lui non possono sempre farla
franca.

Grazie ancora una volta a Marco Simone per l’ “impaginazione”.

                                               Fabio Baldrati.


                                     Guzzi i i i i Norge 1200  “gran ferro”

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