Cielo Acqua Erba ultimi respiri del Delta del Po

 

Cielo Acqua Erba
ultimi respiri del Delta del Po

di Fabio Baldrati


“Volano gli
uccelli volano nello spazio fra le nuvole,
con le regole assegnate a questa parte
di universo
al nostro sistema solare.
Aprono le ali scendono in picchiata
atterrano
meglio di aeroplani.
Migrano gli uccelli emigrano con il
cambio di stagione,
giochi di aperture alari che
nascondono i segreti di questo
sistema solare”

Franco Battiato (gli uccelli)



E’ semplicemente meravigliosa la canzone di Franco Battiato…ci ritrovo tutto il
“mio” Delta.
Sono nato quarantotto anni fa nella bassa-Romagna vicino ai confini ferraresi,
dove vivo tutt’ora. Ancora c’è chi la chiama “terra di mutùr” per una
passione fervida che da queste parti ha pulsato fino agli anni 70. Un mito
decaduto, quello del “mutòr”, che ancora sopravvive nel piccolo immaginario.
Alle adunanze pittoresche di quegli anni partecipava mezza Romagna, la Romagna
dei “mutùr”,…oggi arrivano quattro fighetti annoiati e noiosi con la moto
di tendenza: “ho preso questa perché adesso và questa…” . Percorreranno
tra sì e no duemila chilometri all’anno.
Avevo dodici anni quando uscivo da scuola con la casacca a quadretti, la
cartella a tracolla, e correvo a vedere la California 850 di Cecco. Era
nera-lucente, perché in quella motocicletta pure il nero era “lucente”,
troneggiava inclinata sul “laterale” come solo “lei” sapeva stare. Oh!…fàt
mutòr!!
(che moto!!). Cecco faceva “il filo” a Paolina, la procace
barista del bar-Italia, quella grande Moto Guzzi con le “torri” nel motore la
ricordo…anzi, la vedo! Davanti ai portici della piazza ne ammiro ogni centimetro
quadrato e la voglio da grande.
Perché vedi, amico mio, ci sono le moto, e sono tante; poi ci sono le
Motociclette, che sono poche, e devono superare una ulteriore selezione: quelle
di alcune stagioni, e quelle di sempre. La California resta una motocicletta
senza tempo. Come tutte le Le Mans. Motociclette che dovrebbero trovare
posto sulla futura Arca di Noè.
Distanti una dozzina di chilometri le sponde della valle di Comacchio: l’ultimo
respiro dell’ultimo Delta del Po. Proprio sullo “ stradò dlà vàl
(stradone della valle) si radunava una “gioventù bruciata” in formato boy-scout
per sfidarsi in energiche “riprese”: due chilometri, quattro marce tirate a
“strapazzo” per battere lo sfidante di turno con qualche metro. Ogni domenica
c’era un pubblico da stadio, anzi da circuito,…nessuno si è mai fatto male a un
dito.

AH! LA TERZA DEL Le Mans…

Cominciava in quegli anni l’invasione delle “quattro-in-uno” giapponesi:
luccicanti e sgargianti, strillavano, impressionavano, nessuno immaginava che
quello Tsunamy avrebbe travolto tutta l’industria europea lasciando sul campo
pochi sopravissuti. Eppure la Ducati 900 Desmo (“e ducatàz”) e la Le Mans
850 di Silèzi le castigavano tutte, senza pietà, almeno due metri sul
“traguardo” costituito dalla linea del ponticello sul “canale-valli”. C’era
anche una Laverda: fenomenale (…e assetata) quando “lanciata” ma scarsina in
ripresa.
Ah! Silèzi col suo Le Mans era un mito. Ci ha lasciati pochi anni fa: le
pareti del suo cuore…” erano fragili come quelle del Dottor Zivago nel
romanzo di Pasternak. E’ stato un estimatore del bicilindrico in anni in cui il
“Twin” sembrava destinato al museo della vetustà: “Se tu hai due coglioni
anche la moto deve averne due.…”
. Aveva la vista lunga Silèzi…basta
ammirare quel capolavoro di “pompone” a “L” nelle gare di Superbike. Voglio bene
alla Ducati, pur non essendo Ducatista, perché è la dimostrazione esaltante
dell’italico stile della moto, qualcosa di orgoglioso che non si trova in
offerta al 3×2. L’orgoglio ce l’hai o non ce l’hai. Loro ce l’hanno. Voglio bene
ai ragazzi di Borgo Panigale…così si fa! Sono un esempio “morale” da cui
imparare con umiltà mista ad ammirazione.


“La terza del Le Mans era fenomenale,
potevo tirarla finchè volevo….ne aveva sempre. E il mio avversario si beccava
due metri.…Ah! la terza del Le Mans…!”

Silèzi (Le Mans 850)






Ci sono le moto, e sono tante; poi ci sono le Motociclette, che sono poche…e
dovrebbero trovare posto sulla futura Arca di Noè (immagini da “storia della
moto”)..


Gli odori e i sapori del “mutòr” mi accompagnano da sempre; non potevo
che restare vittima di questa “malsana passione”. Perché la Guzzi? Perché era “e
mutòr piò bòn
” (la moto più buona); perché le “altre” non gli arrivavano
all’altezza del tappo dell’olio; perché era la moto di Cecco e Silèzi…e
la volevo da grande.

Perché ancora la Guzzi? Perché con me è sempre stata “grande” e la voglio da
grande.


VIVA LE ZANZARE!
(LA “CAMARGUE” DELUSA)

A
mezz’ora di sesta marcia la prima sponda della valle di Comacchio e il fiume
Reno con le sue acque stanche, scure, prossime al mare. Distese di canneti pigri
d’estate e perennemente imbottiti di zanzare (Diiiiio…le zanzare!), che
diventano rugginosi in inverno sferzati dal vento severo.
Oggi i ragazzi consumano il loro tempo smanettando con la play-station
incollati a videogiochi che non so giudicare, crescono senza una minima
conoscenza della natura domestica che li circonda…nemmeno conoscono i
passerotti. Il mondo è progredito? Sì, alla maniera dei gamberi.
soldini erano pochini, mentre le “meraviglie” con cui oggi molti ragazzi si
annoiano neppure esistevano nei sogni. In TV c’era solo il “primo” e il
“secondo” della RAI in bianco-nero, per cambiare canale ci si alzava ogni volta
e si pigiava sul pulsante in basso…clong. Il nostro dopo-scuola era “e
pòst di mutùr
” (il luogo delle moto) nella piazza del paese. Oppure
sgroppate in bicicletta per arrivare ai canneti del Delta: la nostra “Malesia”
in cui rivivere le avventure narrate da Emilio Salgari. “Oggi tocca a me fare
Sandokan! No a me…a me a me!
”. Giornate errabonde fra Cielo Acqua Erba a
riempirci d’aria come rondini. Sempre con il volo dell’airone sulle teste. Altro
che play-station!
Oggi il nostro paesaggio risulta sconvolto da un’urbanizzazione sconsiderata,
trent’anni di “lottizazioni” e “varianti” che ancora qualcuno codifica senza
vergogna alla voce  “turismo & sviluppo”. Mai si leva una timida protesta nella
bassa-Romagna “normalizzata”: da sempre quì regna un silenzio assordante. E le
transenne-rosse continuano…
Era inevitabile? Non possiamo fare altro che allargare le braccia e metterci un:
“…è il progresso”? Eh NO: fare scempio del territorio non è progresso, ma
regresso. Si imponeva un briciolo di attenzione al paesaggio, costruire con più
coscienza. Eh…campa cavallo…
Ogni giorno sulle TV locali vi sono promozioni di “villette a schiera immerse
nel verde del Delta a pochi metri dal mare…
”. Il “sacco del Delta” prosegue
da anni. Urbanizzazioni scandalose nei “lidi di Comacchio” alla faccia del Parco
del Delta con cui certi amministratori si pavoneggiano nei convegni
dell’inutilità. Chi ha dato quei permessi?? La nostra “Camargue” è ormai un
sogno deluso, l’istituzione di un Parco Nazionale nel Delta decollerà quando
sarà rimasto poco da tutelare (…se ne parla dagli anni 70), dopo che
“lorsignori” avranno fatto i loro comodi. Oggi vi sono due
parchi-naturali-regionali con facoltà nebulose. E’ triste. E’ quanto meno
strampalato un parco-naturale dove si può speculare, lottizzare, edificare,
sparare ai migratori…
Solamente i canneti e le paludi sono rimasti intatti, semplicemente perché non
permettono alcuna costruzione. Nessuno vuole canneti e acquitrini infestati di
zanzare, a parte qualche stravagante (come me, come noi) che ci vede qualcosa di
bello. Le zanzare poi…che Dio ce le conservi a lungo: viva le zanzare! Perché
rendono questi luoghi inappetibili per certe solite speculazioni.



“sacco del Delta” prosegue da anni, urbanizzazioni scandalose….



….alla faccia del Parco del
Delta


viva le zanzare!!

L’ULTIMA VALLE
Ciò che oggi è possibile vedere, della valle di Comacchio, è quanto è rimasto
dopo le massiccie bonifiche degli anno 50 e 60. La miopia di allora decise il
prosciugamento delle antiche valli comacchiesi per far posto a un’agricoltura
improbabile, asfittica ancora oggi, dopo decenni, a causa dei residui salini
presenti nel terreno. Uno spreco incosciente non solo ambientale, ma “venale”;
se pensiamo a una miniera d’oro con la pescicoltura a spigole e orate, oltre
alle mitiche anguille: le anguille di Comacchio.
Perché ovunque mettiamo le mani combiniamo solo “casini”?
Quando finalmente agguantai la prima Guzzi (una 1000 SP azzurra di seconda mano)
andai smanioso alla scoperta del “mio” Delta oltre la “frontiera” di Comacchio,
dove non ero mai andato.
Lo spettacolo delle foci del Po, il “Missisipy padano” così vasto che ti sembra
già il mare quando lo costeggi in moto; poi i grandi “rami” come il Po di Goro e
il Po di Gnocca le cui sponde ricordano il Mato Grosso tanto sono selvatiche, il
“popolo migratore” sempre presente fra Cielo Acqua Erba…con la prima Guzzi andai
alla scoperta di questo “pianeta” fino al Veneto, dove ha fine e inizio. Strade
solitarie in cui puoi ancora provare la meraviglia di perderti, sì, proprio
perderti, attraverso itinerari in cui i “bipedi” sono meno numerosi dei
trampolieri.
La valle di Comacchio della mia infanzia dove giocavamo a Sandokan e Tremal
Naike, in una Mompracem di canneti e zanzare, era solo l’inizio di un “pianeta
Delta” che, finalmente, scoprivo in sella a quella motona sognata tante volte
davanti ai portici della piazza. Un dolce veleno: Rhurhurhurhu…il pulsare
sornione del bicilindrico a “V” non mi ha mai lasciato, per andare alla scoperta
del mio paese non avrei potuto trovare di meglio.
Poi sono passati gli anni (…veloci!): 28 per l’esattezza. Sei Moto Guzzi, tutte
“V-1000”: tre 1000 SP, due California che mi hanno lasciato un “segno”
particolare, fino all’attuale Norge 1200: logica continuità della serie “1000
SP” (la prima Guzzi, e correva il 1980-81). Tutte, sempre, hanno conservato la
loro “calda essenza” nonostante le piccole-grandi rivoluzioni imposte dal gelo
della tecnologia.
Sotto all’avantreno delle mie Guzzi è sfumato l’asfalto disegnato fra il
Trentino e la Calabria, perché il mio “andare in moto” si chiama Mototurismo:
altra concezione di questa passione non comprendo,…sarò limitato. Pazienza.
Amico mio, ti dirò che il nostro paese era davvero “il belpaese” descritto da
Stendhall e Hermann Hesse: era BELLISSIMO, bello da esserne orgogliosi…buon
Dio! E’ triste constatare che il mito è decaduto. Come abbiamo potuto
permetterlo?



  

 



particolari e vedute della valle di
Comacchio

 

 




con alcuni amici di Mototurismo sulla via Agosta, costeggiando la valle di Comacchio.

 


UN ITINERARIO “RIASSUNTIVO”


Nessun paesaggio è uguale a un altro, è comunque vero che molti sono simili. Non
il Delta del Po: è unico e peculiare…come la Guzzi fra le moto.
Fra i molti itinerari polesani che si possono praticare (almeno una ventina)
questo credo esprima l’essenza del Delta. E’ lo stesso che ho portato sulla
rivista Mototurismo n° 156-Dicembre-2008: a quanto mi hanno riferito ha riscosso
molto “seguito”. Non è semplice rendere chiaro un percorso che tocca Emilia
Romagna e Veneto, districato fra anse vallive e foci di fiumi, ma diventa quasi
facile con l’ausilio di una carta stradale che invito a consultare in simbiosi
con il sottostante “tracciato”. Fermo restando il buon vecchio sistema con un
piede a terra e il motore al minimo: “scusi per il ponte di barche…vado bene?”.

Eccolo quà:



una “traccia” schematica del percorso

le strade del “mio” Delta


In località Alfonsine (provincia di Ravenna) sulla Statale
16-Adriatica si seguono le indicazioni Anita-Comacchio. Varcato il fiume Reno si
giunge al paesino di Anita, poi si costeggia a lungo la valle di Comacchio sulla
Via Agosta, si giunge a  Comacchio dopo chilometri di piatta campagna disabitata
(il ”Texas”).
Dopo Comacchio si imbocca la Statale 309-Romea in direzione Venezia,
dopo la chiesa storica di Pomposa, al semaforo, in direzione di Goro: quì
troveremo le indicazioni “ponte di chiatte”. Dopo questo ponte galleggiante sul
“ramo” di Goro a destra, e si costeggia il fiume fino alla foce (sullo sfondo il
Faro del Bacucco).
Si prosegue fino a un altro ponte su chiatte su un’altro “ramo”: il
Po di Gnocca. Ancora a destra, verso il mare, e si costeggia per molti
chilometri la grande risacca degli Scardovari (siamo nel Delta Veneto). In
totale 90-100 km. La segnaletica è buona, migliore di altre zone d’Italia
dove…devi essere un mezzo “sensitivo”.


Piccolo consiglio: fate il “pieno” a Goro, perché dopo di “benza” non ne
troverete (serbatoio piccolo? NO, grazie).
Troppo complicato? Ma no…si tenga presente che quanto sopra è una “fusione” di
molteplici itinerari. Basta consultare una carta stradale 1-200.000 e tutto
diventa chiaro. La formattazione “1-200.000” resta la mia preferita: 1
centimetro corrisponde a 2 km, basta un colpo d’occhio per quantificare un
percorso. Il “navigatore”? Boh…non so cos’è (…non ridete).

COSTEGGIANDO LA VALLE DI COMACCHIO


Rhurhurhurhu
…da
molti anni il pulsare del bicilindrico a “V” della Guzzi mi accompagna sornione:
buono come il pane, un vero compagnone da mattina a sera lungo i miei itinerari.
Mi conduce, mi ispira su queste contrade fra Cielo Acqua Erba. Lo “stradone” di
Via Agosta che costeggia per 15 km la valle di Comacchio è un
itinerario-nell’itinerario. E’ proprio quì che venivano a fare le “ripresone”.
E’ uno dei pochissimi percorsi in cui puoi ancora “aprire” per una innocente
cavalcata senza rischi e patemi d’animo. Nulla di volgare: semplicemente la
libertà nel motore. “E stradò dlà vàl” (lo stradone della valle) è uno
spazio aperto sopravissuto governato dai gabbiani.
A
destra la valle di Comacchio a perdita d’occhio, là in mezzo…circondata
dall’azzurro dell’acqua, la “casa dei guardiani” vista un’infinità di volte,
eppure sempre diversa. Il Delta è sempre diverso, e non è per tutti, è fatto per
chi sa annusare, comprendere, guardare, ma soprattutto “vedere”. E’ fatto per
chi ha scelto la moto e il vento “addosso” per scoprire il mondo.


là
in mezzo…la “casa dei guardiani” al centro della valle di Comacchio



 


lo “stradone della valle”: a destra la valle di Comacchio, a sinistra il “canale valli”.

Venivano qui a fare le riprese negli anni 70


Oggi un turismo di massa ottuso consuma ogni cosa e ogni luogo senza rispetto,
ovunque sciami di “cavallette” pretendono di arrivare e tornare in fretta, in
tutta comodità. Si fà di tutto per attirarlo anche quì, infatti cominciano a
“fiorire” ai margini i “rifiuti tipici” (…e molto peggio). Lunga vita alle
zanzare!
Mezza Italia è stata deturpata per assecondare questo “mordi & fuggi”; il
principio stesso del “viaggiare” è stato snaturato e sacrificato sull’altare del
“tutto & subito”.

Il mototurista è l’ultimo viaggiatore rimasto:
andrebbe tutelato.
Il Guzzista poi…andrebbe protetto come la tigre.

Sulla sinistra oltre il grande canale di bonifica, paradiso per pescatori con la
lenza, la pianura del “Mezzano”. La chiamiamo “il Texas” tanto è piatta e vasta,
un tempo era tutta distesa valliva e i più anziani la ricordano come una
meraviglia perduta; dopo decenni da quella folle bonifica vi si esercita
un’agricoltura “sussistita” che rende pochissimo. Da anni “ruminano” per farci
passare un’autostrada (un’altra!): la E55-Venezia-Civitavecchia, e sarà la fine
per i bellissimi paesaggi agresti del Delta ferrarese…ci porteranno via anche
“il Texas”, l’ultimo grande spazio aperto. Ci risiamo: ovunque mettiamo le
mani…si salvi chi può.

UN “SALTO” DA MARCELLO E KATIA

A volte mi concedo una breve “variante”: proseguo oltre Ostellato, Dogato, fino a
Rovereto. Un “salto” da Marcello e Katia nel cuore della “bassa ferrarese”.
Anche loro, come me, sono nati e cresciuti fra il Cielo Acqua Erba del Delta, i
nostri dialetti sono simili. La “murri factory” è un sogno realizzato Marcello e
Katia, è anche un luogo di ritrovo per appassionati del marchio. E’ un piacere
disquisire di cose motociclanti con buoni amici, il tempo scorre in fretta fra
gli odori dei “mutùr” e la bella meccanica “al sole” di qualche
bicilindrico semi-aperto. Marcello è più di un bravo “mecca”, è un tecnico, con
una virtù: ti spiega le cose.

0021


con Mercello e Katia a Rovereto,
fra gli odori dei “mutùr”





Ah! La terza del Le Mans…!

(il cambio del
Le Mans:
rigorosamente a denti diritti).


QUALCHE ORA A COMACCHIO


Se la giornata è giovane consiglio qualche ora a piedi “dentro” Comacchio, nella
cittadella antica: la “piccola Venezia” con il celebre Trepponti a cinque
scalinate e i canali che rispecchiano tremolanti vedute dal vago stile
“manuelino-portoghese”. Le fanno quì le sfilate di moda che vediamo in TV.
Nell’ora di pranzo i caschi appesi a una sedia: vi sono alcune ottime trattorie
affacciate sul canale, si mangia del buon pesce di valle senza spendere un
“mutuo-agevolato”. L’anguilla! Cotta sui ferri a fuoco lento, è qualcosa di
Buono con la “B”. Per uno spuntino più veloce un panino con la “zia”: il salame
tipico di queste zone ferraresi.
Vi sono ancora alcuni negozi di prodotti tipici in cui è possibile comprare
qualcosa di squisitamente “comacchiese”, non solo specialità culinarie, ma anche
cosine di un artigianato tradizionale che sta scomparendo, per esempio gli
uccelli vallivi realizzati in canna palustre, i più pregevoli sono gli anatidi
con le ali aperte da appendere.
Due donne chiacchierano sull’uscio di casa, una bimba corre felice senza
pensieri a fianco del canale, barche di legno rigoroso “brontolano” di corde e
verricelli. Puoi ritrovare questa Comacchio di “ieri” in una giornata senza il
turismo domenicale.
Piccola-grande raccomandazione: mai lasciare la moto incustodita. Mai. E questo,
sia chiaro, è un dogma da seguire ovunque: dal polo-nord al polo-sud. Fruite del
parcheggio di un bar, una trattoria, un cortile privato. Basta chiedere con
cortesia e non si avranno problemi: “scusi…posso lasciare la mia moto quì un
paio d’ore?
”. Faccio così da sempre, e ho visitato in tranquillità tutti i
centri storici che desideravo. Le moto le fregano ragazzi…e non c’è dispositivo
“antifurto” che tenga.



due donne chiacchierano sull’uscio di casa,
una bimba corre felice
senza pensieri a fianco del canale…ancora
resiste la Comacchio di ieri.





 



vedute e particolari di
Comacchio


artigianato che sta scomparendo: uccelli in canna
palustre.

 

 


“POPOLO MIGRATORE”

Aprono
le ali scendono in picchiata atterrano meglio di aeroplani…

Quanta bellezza nella canzone di Franco Battiato, sono note di benessere per chi
ama la natura volatile. Ogni volta in cui torno nel “mio” Delta riscopro il
piacere dei pensieri in moto, il “viaggiare calmo” alla maniera di Hermann
Hesse, il pulsare sornione del bicilindrico. Vado a cercare gli “ovali”
anteriori alle ginocchia e il “grigio argento” dell’asfalto che sfuma sotto di
me.
RhurhurhurhuRHURHURHURHU!!…sornione
quando te ne vai a “passeggio”, eppure poderoso se “apri” con energia: grande
cuore! Ti senti “sollevare” sul mondo mentre tutto davanti a te arriva
all’avantreno in un baleno. Chi ha concepito questo bicilindrico era un genio. E
la mia Norge…gran “ferro”.




vado a cercare gli “ovali” anteriori alle


ginocchia e il “grigio argento”
dell’asfalto…


E la mia Norge…gran
“ferro”.


Su percorsi avulsi al traffico fra Cielo Acqua Erba ritrovo angoli polesani
ancora intatti: il “mare” ondeggiante dei canneti, brune folaghe che corrono
sull’acqua di canali erbosi. Luoghi dove ancora puoi posare lo sguardo lontano
senza “inciampi”. Sono paesaggi monotoni, eppure diversi, vedute di acque vaste
che restano impresse. E lui è sempre là: il grande airone cenerino dal volo
regale scandisce il cielo del Delta sopra paludi e campagne. Alzi lo sguardo a
cercare il vento fra una curva e un rettilineo, e lui è lassù, nel cielo
solitamente opaco, lontano ma inconfondibile.
La variegata e splendida fauna del Delta scandisce le stagioni da sempre, chi sa
comprenderne i segreti può fruire di un “meteo” infallibile: l’arrivo e la
partenza di certi migratori, il comportamento di alcune specie, sono indici che
indicano il maltempo, il caldo oppure il freddo, con infallibile puntualità. Vi
sono circa 370 specie in questo angolo d’Italia dove il Polesine abbraccia il
mare. Aironi grigi e maggiori, bianchissime garzette, cavalieri d’italia, tanti
anatidi, bruni rapaci da preda. Tanti uccellini variopinti in ogni periodo
dell’anno. Più difficile, ma possibile con un po di fortuna, vedere i
fenicotteri: elegantoni dalle ali rosate che arrivano dall’Africa. I fenicotteri
sono un “popolo” magnifico: fanno tutto insieme, insieme affrontano migrazioni e
pericoli, mangiano, nidificano, mai visto un esemplare lasciato solo. Insieme
spiccano il volo in spettacolari “ventagli” bianco-rosa che meravigliano, evento
raro per spettatori fortunati. Frequentano la valle di Comacchio oppure alcune
anse vallive nel Delta Veneto, dove trovano una salinità idonea. Creature
meravigliose.




  


  


il “popolo migratore”

 

 



10 MEGAPIXEL (E UN PO DI PAZIENZA)


Una sosta sul ciglio di queste strade equivale a scoprire qualcosa a cui siamo
disabituati: il silenzio. Solo il ticchettio della moto accaldata, il “leccare”
dell’acqua sulla riva oppure sul legno di una barca, il linguaggio misterioso
della fauna valliva.
Il “popolo migratore” è una presenza discreta che si concede ad occhi
smaliziati, con un binocolo tascabile si possono vedere tanti uccelli. Da sempre
coltivo una passione per l’osservazione della natura, in qualche modo l’ho fatta
convivere col mio “andare in moto”. Il bel paesaggio e la bellezza della natura
sono l’essenza che puoi godere in sella alla tua moto, gli “smanettoni”
variopinti patiti del racing non hanno capito NULLA di questa passione.
E’ difficile fotografare l’avifauna, ma con qualche cautela si può realizzare
qualcosa. Le immagini qui presenti sono state realizzate con un obiettivo zoom
70-300 neppure troppo costoso (con la moto usata come “mimetismo”). Occorre un
po di pazienza, sostare sul ciglio di un’ansa valliva e non allontanarsi dalla
moto, perché gli uccelli rifuggono la figura distinta del “bipede” (come dargli
torto?). Invece sono abituati alla vista dei veicoli: “fusi” con la moto siamo
meno distinguibili, sembrerà incredibile ma è così. Addirittura i fotografi
appoggiano il tele-obiettivo sul vetro dell’auto aperto a “metà”.
Aspetti vicino alla tua moto inclinata sul “laterale”, e loro arrivano, ti
passano sulla testa, si posano là…con un po di fortuna si fanno buoni scatti.
Ovviamente non con una “compatta”; da alcuni anni uso una Canon EOS digitale con
10 megapixel e un paio di obiettivi zoom: un 70-300 e un 18-55 per il paesaggio;
a volte prendo anche il 10-20, tassativamente il tutto riposto nella
borsa-serbatoio dove puoi metterci anche una dozzina di uova e resteranno
intatte.
Se invece vuoi “prendere” l’airone col pesce nel becco e contare le penne ai
fenicotteri…eh bè…devi soffrire: entrare nei canneti e inzozzarti di pantano
nero, aspettare per ore rannicchiato come un animale tormentato dalle zanzare,
una “rete” mimetica addosso, il “treppiedi” piantato nel fango e un
tele-obiettivo di 500 millimetri. Eh sì, fotografare la fauna è tutt’altro che
facile, mi ci ostino da anni. Occorre un amore ardente per la natura.








aspetti vicino alla tua moto inclinata
sul “laterale”, e loro arrivano…





se invece vuoi “prendere l’airone col
pesce nel becco e contare le penne ai fenicotteri…

 



 


il tutto riposto nella borsa serbatoio…

 

 


VOGLIO BENE A GINO CERVI E FERNANDEL


Dopo Comacchio la noiosa statale 309-Romea (Ravenna Mestre) fino all’incrocio
per Goro: situata sotto agli argini del “ramo” omonimo, il Po di Goro, appunto.
Sconsiglio questa statale in luglio-agosto: è affollata di
“automobilistus-vacanzorum”, una vera calamità (!). Rispettate i limiti: occorre
una pazienza francescana tanto sono assurdi (un insulto al buonsenso), ma
rispettateli. Chiaro vero?
Il ponte di barche sul Po di Goro, assieme al suo “gemello” sul Po di Gnocca,
sono fra i pochissimi rimasti in tutto il Polesine. Quando li attraversi ti
senti un bimbo su una giostra: il Tac! Tac! Tac! dei legni sotto alle ruote, il
grande fiume lì sotto…così vicino con le sue acque limacciose falsamente pigre,
in realtà potenti di gorghi veloci oltre gli scafi delle chiatte. Quant’acqua
poderosa mentre sei in mezzo al fiume! E’ impressionante.
Quì il tempo si è fermato, potrebbero arrivare Peppone e Don Camillo a bordo di
una rossa Guzzi con sidecar, la leva del cambio a fianco del serbatoio:
TuTuTuTu…..Ah! voglio bene a Gino Cervi e Fernandel! E voglio bene a Giovannino
Guareschi: il suo “mondo piccolo” non è piccolo, è grande di tenerezza, gronda
bellezza.
Credo fosse una “Sport 14” 250. Dopo sessanta anni una Guzzi rossa ancora
percorre il “legno galleggiante” sul grande fiume; c’è qualcosa di storicamente
umano, in questa motocicletta, che ne fa l’ultima rimasta. Voglio bene alla
Guzzi.
Sulla sponda opposta, a destra: si costeggia il fiume prossimo a sfociare in
mare. Rhurhurhurhurhu…il “grigio argento” sfuma sotto di me, come al
solito. Sulla destra il grande fiume con le rive selvatiche di alberi annegati,
canneti, rami canuti. Sullo sfondo il faro del Bacucco è una veduta tipica,
inizia quì il Delta Veneto.
Poi gli argini di un altro grande fiume: il Po di Gnocca, fra i “rami” del Delta
è quello con le correnti più energiche. Un altro “legno galleggiante” rumoreggia
rustico sotto alle ruote della moto. Ancora verso il mare, ormai vicino e
magnetico, per l’ultimo percorso della giornata. Quasi sempre si arriva alla
grande risacca degli Scardovari al tramonto.


 il ponte di Peppone e Don Camillo sul Po di Goro e Po di Gnocca


 

 



costeggiando il Po di Goro

 



 

il faro del Bacucco alle foci del Po di Goro







costeggiando il Po di gnocca

 



TRAMONTI AFRICANI


Gli itinerari appenninici mi piace godermeli all’alba (quando sono disposto a
soffrire un po). Al contrario le “vagabondate” nel Delta al tramonto; il sole
pesante diventa un doblone arancione prossimo a fondersi con i profili di
orizzonti lontani. Bagliori dorati ti avvolgono in un abbraccio in simbiosi con
gli specchi d’”olio” di valli e paludi salmastre, i pennacchi dei canneti in
controluce diventano piccole lampade. L’attimo fuggente in sella alla tua moto
è…quasi spirituale.
Procedi lento come un bradipo, il pulsare “morbido” del motore è l’unico rumore
esistente nel panorama immobile e mirabilmente solitario. Tutto questo a due ore
da città caotiche dove ci si azzuffa per un parcheggio.
Ti senti immerso in un piccolo tramonto africano mentre fermo, col motore al
“minimo”, osservi gli uccelli nel loro rito crepuscolare: arrivano dal nulla per
posarsi garbati sui rami degli alberi più sicuri, oppure sugli isolotti
irraggiungibili dai predatori. Si preparano per la notte.















tramonti africani



LA GRANDE RISACCA


Il mare Adriatico è ormai vicinissimo, anzi…è là, oltre la “lingua” di sabbia
che scandisce l’inizio della Sacca degli Scardovari. Sovente arrivi quì, alle
foci del Po di Gnocca, nel tardo pomeriggio.
Il perimetro della Sacca degli Scardovari credo sia l’itinerario più lungo di
tutto il Delta del Po. Una distesa valliva in cui l’orizzonte si fonde col cielo
e il mare, costeggiata per oltre venti chilometri da una strada gentile
sopraelevata. Non c’è una casa, solo alcune “palafitte” in legno lungo le sponde
per gli attrezzi da pesca, barche ormeggiate con disordine ordinato, pescatori
all’opera nella raccolta di vongole e mitili (l’economia della zona). Pochissime
automobili, qualche raro motociclista un po stravagante come te.
Sulla destra l’azzurro senza fine della grande risacca valliva, le “pertiche”
annegate per l’allevamento dei mitili, trampolieri, gabbiani, pescatori, barche
rigorosamente di legno. Sulla sinistra un altro “Texas” dominato dal volo di
qualche bruno rapace. Tu sei lì, lì nel mezzo, percorri il nastro grigio
ascoltando il “respiro” della moto, guardi da ogni parte e un paio d’occhi non
ti bastano. In trent’anni di mototurismo questo percorso resta indubbiamente il
più “particolare”. Si finisce a Porto Barricata, alle foci del Po Grande, poi
Bonelli: quì vi sono ancora le tipiche case del Delta col camino a “dado”.
Proseguendo si tornerà sulla statale 309-Romea.









la Sacca degli Scardovari


le ultime case del Delta col camino a “dado”,
a
Monelli, dopo la grande risacca.


C’è da sperare che il buonsenso dei “bipedi” sappia conservare queste ultime
zone come le ha modellate il grande fiume nel corso dei millenni. Ecco,
lasciamolo lavorare in pace e senza interferire.
Torni a casa a buio fatto guidato dal cono luminoso del faro, provi l’intima
soddisfazione di aver (ri)scoperto la rarità di luoghi “scampati”. Rifletti su
una legge del mondo che impone una vita sofferta ad ogni tipo di bellezza: il
paesaggio, il “belviaggiare”, la natura, la fauna selvatica. Le Persone, i
Motociclisti e le Motociclette. La Moto Guzzi. 



Buon Natale a tutti.
Di tutto cuore.


Fabio Baldrati.
(Moto Guzzi Norge 1200)

Per saperne di più:

www.parks.it


www.parcodeltapo.org


www.deltadelpo.com

Alcuni maestri del Click “vallivo”:

www.ilsalesullacoda.it


www.mauriziobonora.com


www.paolocortesi.com


www.milkomarchetti.com


Note:

in coerenza col testo tutte le vedute e gli uccelli selvatici presenti
in questo servizio sono stati fotografati dalla moto. Solamente la garzetta col
pesce nel becco e il fenicottero con la zampa alzata sono frutto di
“appostamento”. Nessuna immagine è stata minimamente ritoccata al computer.
Ringrazio Marco Simone e gli “impaginatori” di

www.moto-guzzi.it
. Francesca Barbieri, Katia “piratessa”, Marcello “murri”.

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