Tracce sulla neve

tracce sulla neve

di Fabio Baldrati

“…dopo una
nevicata si deve lasciare un po di tempo agli animali selvatici.
Sulla neve sarà allora più facile e semplice leggere le loro tracce.
C’erano
tracce di lepri, scoiattoli, arvicole, numerose volpi, caprioli…”

Mario Rigoni Stern
(sentieri sotto la neve)

Lo scrittore dell’Altopiano di Asiago si è
spento in tempi recenti. Il mitico autore del “Sergente nella neve” ci
lascia una letteratura delicata e potente, di grande bellezza: gli stenti della
guerra vissuta, racconti di uomini e animali nel suo altopiano, la natura, la
montagna. E la neve: quasi onnipresente. Sempre, quando frequento la montagna,
in sella alla mia Guzzi oppure con gli scarponi ai piedi, avverto il “calore”
dei suoi racconti. Accade a tutti coloro cha hanno letto Rigoni Stern.
Addio “sergentmagiù”, grazie di cuore.

 


Primi di marzo. La sento avvicinarsi giorno dopo
giorno. Mi sembra di “leggerla” in alcuni segnali…ma “lei”, la primavera, ancora
non ha vinto: il “Generale inverno” è tenace e mordace. Nelle rare giornate
limpide, aguzzando la vista, posso distinguere dal cavalcavia i profili delle
prime colline romagnole imbiancate di neve. Mentre il termometro appeso al
prugno, in cortile, è impietoso: il mercurio sembra rappreso “lì” in eterno.

Purtroppo sono un freddoloso, nei mesi invernali
a malincuore appendo il casco al chiodo. Provo un po di invidia nei confronti di
quei “temerari” che addirittura trovano aspetti piacevoli nell’andare in moto in
inverno. Non ci riuscirei mai.
Da alcuni mesi entro in garage e avverto il
“pulsare” della Norge sotto al telo rosso. Nei giorni scorsi però…ho sollevato
la sella per una ricaricata alla batteria. Eh sì! Il meteo in TV ha finalmente
preannunciato un fine settimana soleggiato e con temperature decenti. Alla
buon’ora! Non ne posso più di ‘sta “norvegia”!
E così, il primo sabato mattina di marzo, con
l’entusiasmo di un bimbo apro l’armadio in cui è riposta la “ròda da mutòr”. Mi
vesto con particolare attenzione alla chiusura sul collo, in inverno è
indispensabile un valido “collare-sottomento” poichè basta uno spiffero maligno
proprio “lì”, fra mento e gola, per restare fregato. Poi come dicevano i patiti
del “mutòr” negli anni ruggenti, quando non esisteva altro che la “pelle” e
qualche giaccone “incerato”, è più importante quello che indossi “sotto”.
Possiamo infilarci nella miglior tuta invernale del mondo, ma “l’uovo di
colombo” consiste nel conservare il calore corporeo. Oggi la tecnologia ha
affinato degli ottimi “sottotuta” realizzati con materiali sofisticati, ma io
resto fedele al mio collaudato sistema: un giubbino di nylon sotto alla giacca
da moto, c’è chi lo chiama “k-way”, è sottile e non fa “spessore”; lo trovo
davvero efficace (se lo dico io freddoloso come sono…potete crederci). Si trova
ovunque per pochi “euri”, consiglio il più semplice (senza tasche) dotato di
cerniera sul davanti, poi con le forbici si asporta il cappuccio, elasticozzi e
cordoncini vari (inutili e d’impaccio).

 


resto fedele al mio
vecchio sistema:
un giubbino di nylon sotto
alla giacca da moto…


DIAGRAMMI MOBILI

Il freddo non è il diavolo, basta averne
rispetto e premunirsi con cura: mai sottovalutarlo.
La Norge fuori dal garage brilla nel sole dopo
una lunga “prigionia”: dicembre, gennaio e febbraio. I suoi pistoni a “V” non
“girano” da tre mesi, come andrà in moto? Non dovrei avere problemi, per la
verità mai ne ho avuti in tanti anni; le Guzzi della serie “grossa” hanno sempre
avuto accensioni poderose.
Vediamo un po…monto in sella e giro la chiave,
le lancette nel quadrante si agitano come diagrammi mobili…per la miseria che
ginepraio andiamo a eccitare ogni volta che giriamo la chiave!…non abbiamo
idea! Se ci pensi ci rinunci. Metà di quell’armamentario è superfluo!
Gnignignigni
WRUMMMRURURURU….Ah! Subito! Tengo il motore su
di giri per alcuni secondi, poi il caratteristico fruscio della frizione a
“secco” quando tendo la leva, innesto la prima…parto adagio e mi dirigo verso la
statale.
Ritrovo il piacere delle braccia sui manubri, i
pugni sulle manopole, la “ròba da mutòr” addosso, l’asfalto sfumato sotto di me.
Questa “malsana” passione mi delizia e mi tormenta ormai da trent’anni.

Rhurhurhurhurhu
….terza,
quarta…qualche chilometro così, poi innesto la quinta: un bell’”allungo” prima
della sesta. 90 orari vanno più che bene. Il termometro nel display indica 10
gradi striminziti eppure si sta bene, anche perchè è una giornata luminosa.
Appena alzo la visiera del casco giunge una “frustata” impietosa, ma in sella
ben composti si sta gradevolmente. La Norge vanta un ottimo disegno di
cupolino-carena-superiore: è protettivo pur essendo snello e decisamente bello.
All’orizzonte i profili delle prime colline
romagnole prive di neve, i monti più lontani e “decisi” sono invece imbiancati:
là sono diretto per una meta ambiziosa in questa stagione: la foresta di
Campigna, nel cuore del “mio” Parco Nazionale.

 


      


i monti più lontani e
“decisi”
sono invece imbiancati…


Là sono diretto per una
meta ambiziosa in
questa stagione: la foresta
di Campigna



Ruote e spirito sono bramosi di quei boschi

Oggi starò in moto fino a sera.
Ascolto il pulsare del bicilindrico:
caratteristico come nessun’altro. Accarezzo e pregusto i profili argentati di
quei monti: creste imperfette, severe, fuse col pallore del cielo. Sarò là nel
primo pomeriggio: nel cuore del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, monte
Falterona e Campigna.

Il Parco Nazionale è stato istituito nel 1993,
dopo una lunga battaglia di Civiltà a cui, nel mio piccolo, presi parte come
“attivista”.


UN “ELOGIO DELLA FOLLIA” FRA
ROMAGNA E TOSCANA

Vent’anni dopo estimatori illustri stendono le
lodi del Parco Nazionale. Bene, magari aumentassero ancora: è il coronamento di
una vittoria. Ma quando iniziammo alla fine degli anni 80, nei paesi locali, con
quell’opera di “sensibilizzazione” senza la quale tutto è inutile…era veramente
dura. Un gruppetto di giovani stravaganti raccoglieva le firme a Bagno di
Romagna e a Santa Sofia: ogni firma una piccola conquista. Ricordo che ci
trattavano con indifferenza, oppure peggio: come fossimo gli scemi del
villaggio. Anche molto peggio: guai a noi se avessimo portato il nostro tavolino
in certi paeselli, i “cinghialai” (cacciatori di cinghiale e capriolo) ci
avrebbero appesi al muro accanto ai trofei dei cinghiali. In quelle zone, e non
solo, hanno vinto i nemici del Parco: restano in balia degli speculatori e degli
“sportivi” smaniosi di trofei  alcuni bellissimi crinali romagnoli, e il Monte
Fumaiolo con le sorgenti del Tevere. Qui vi sono vincoli ambientali di debole
autorità.
Abbiamo quasi vinto. Quasi.
Oggi provo un intimo orgoglio innanzi ai
cartelli che scandiscono i confini dell’area protetta. I primi li sfondarono a
pallettoni nel 93, e anche oggi i nemici del Parco, i “soliti noti”, non mollano
l’osso: avvoltoi in attesa sullo steccato. Bè, che ammuffiscano lì per sempre.
Oggi c’è un Ente Parco serio con gente appassionata, le Foreste Casentinesi sono
codificate dall’Unesco, non mancano associazioni di volontariato,…insomma la
partita può considerarsi vinta, ma dopo una lunga notte: tagli ai finanziamenti,
lo spettro scampato dell’ “alienazione”, anni di commissariamento; il Parco
Nazionale è sopravvissuto grazie a una “coscienza” costruita molti anni fa, ma
anche per la lungimiranza, la “follia” di un manipolo di sognatori sulle orme di
Erasmo da Rotterdam. Fra la Romagna di Forlì-Cesena, e la Toscana di Arezzo, c’è
un “Elogio della follia”: circa 36.000 ettari montuosi con alberi
monumentali, abeti conficcati in cielo, antiche foreste dove il sole non arriva
al suolo, torrenti scroscianti di spuma sulla roccia. Tanti animali: cervi e
daini, caprioli, forse una quarantina di lupi che cacciano in piccoli gruppi.
Alcune volte ho visto l’aquila. Sono sospiri di vita selvatica che tutti possono
sentire e vivere.

 


      


Oggi provo un intimo
orgoglio
innanzi ai cartelli che scandiscono
i confini dell’area protetta


Alberi monumentali….
(faggio secolare)


Antiche foreste dove il
sole non arriva al suolo…


      


Tanti animali selvatici:

cervi, daini, caprioli…


“vitasullaroccia”:
torrenti scroscianti di
spuma sulla roccia


IL NOSTRO “PETROLIO”

Ogni volta che percorro queste strade e
intravedo qualche capriolo nell’ombra dei boschi, gioisco per aver partecipato a
una battaglia di Civiltà. La natura, gli ultimi paesaggi, la fauna selvatica: la
loro salvaguardia credo sia un dovere Civile e Morale. Anche l’indifferenza è
colpevole. Ognuno di noi può fare qualcosa, per esempio sostenere Italia Nostra,
il FAI.
Amico mio, ti domanderai che “c’azzecca” tutto
ciò con la moto!? C’entra eccome. Oh…se c’entra! Quello che metti nel serbatoio
non è benzina, ma i bei paesaggi con le “tue” strade dentro. In fondo ti importa
poco delle follie del “barile”: la “benza” costa come il Chianti Classico eppure
giri ugualmente. Un magnetismo irresistibile ti spinge a inforcare la tua Guzzi
alla faccia del freddo, del maltempo, delle leggi idiote e di altre antipatie; è
il belpaesaggio aperto davanti al manubrio, affacciato su curve e tornanti,
dentro ai tuoi pensieri da lunedì a lunedì. Sempre speri in un week end di sole.
A quante brutture paesaggistiche ti capita di
assistere nei tuoi “giri-in-giro” in moto? Davvero troppe, da nord a sud, buon
Dio…ci stanno rubando il nostro paese a “pezzi” e in un silenzio assordante:
nessuno dice “bao”. E’ un’amara constatazione: il decantato “belpaese” è un mito
decaduto. Oggi ci svegliamo più “poveri” grazie all’ignavia dei governi
nazionali e locali che hanno permesso, condonato, svenduto la nostra prima
risorsa per un pugno di lenticchie: il Paesaggio Italiano.
Il belpaesaggio poteva essere il nostro
“petrolio”, ecco la grande occasione perduta dell’Italia: la tutela di se
stessa. Popoli scopiazzatori ci hanno “derubato” di tutto (delle moto!), oggi
produciamo poche cose (poche moto) che difendiamo a stento, ma nessuno al mondo
potrà MAI scimmiottarci una costa sarda, il Golfo di Policastro, le colline
senesi o le alpi orientali, i monti dell’Abruzzo. I boschi casentinesi.
Nei miei viaggi in moto sovente mi abbandono a
queste riflessioni; forse è una regola del mondo nata col mondo quella che
impone a ogni forma di bellezza un’esistenza sofferta. Compresa la Moto Guzzi,
l’ultima motocicletta rimasta.


      


A quante brutture
paesaggistiche ti
capita di assistere nei
tuoi giri in moto??


Chi ha dato i permessi
per queste speculazioni,
per di più ai confini con
un parco Nazionale??


A VOLTE SI VEDONO…

Eccolo, davanti al manubrio, il primo appennino
del versante romagnolo del Parco. La statale n°310 della Campigna è sempre un
magnifico “nastro grigio”. Quì non c’è più neve: regna un monotono color marrone
di rami canuti con “dentro” ruderi di pietra, i boschi spogli sembrano esausti
dopo mesi di gelo. Molti rami sono stati stroncati dal peso della neve: di
questa restano poche chiazze in ritirata. L’inverno è stato duro, ma è
sconfitto: lame di luce trafiggono le nuvole, lassù, arcigne ma non più cariche
di neve. La primavera è alle porte, la senti lambire questi monti ora così
marroni di roccia e legno nudo, ma presto torneranno verdi. Su un tornante a
“terrazza” mi fermo col brontolio del motore al minimo: 1000 giri rotondi. Due
poiane volteggiano senza un battito d’ali, si corteggiano come fanno solo in
primavera. Sì, ci siamo, segnali simili sono un meteo infallibile. E’ questione
di giorni per un nuovo “risveglio”.
Mentre salgo verso la foresta di Campigna, fra
curve e tornanti solitari, la neve ai lati e sui pendii cresce inversamente al
termometro nel display: 4-5 gradi.

Rhurhurhurhurhu…
con
la mano sinistra “abbraccio” la rotondità della testata davanti al ginocchio:
calore e pulsazioni danno benessere, immagino il vorticoso apri-chiudi delle
valvole, il Sali-scendi del pistone…questo bicilindrico è VIVO, e pochi motori
al mondo sanno essere “vivi”.
Il “V” della Guzzi palpitante davanti alle
ginocchia è un magnifico compagno di viaggio, è piacevole abbassare lo sguardo e
trovare ogni volta quei due ovali sporgenti. E’ una delle architetture più belle
che si siano mai viste.

 

   

      


Rami canuti con “dentro”
ruderi di pietra


I boschi spogli sembrano

esausti dopo mesi di gelo…


     

Il “V” della Guzzi
palpitante davanti alle
ginocchia è un magnifico
compagno di viaggio


Abeti, rocce, neve: verde, grigio, bianco

E freddo…il sole è assente. Mancano una dozzina
di chilometri al passo della Calla di Campigna, procedo in terza marcia senza
velleità, l’asfalto  tutt’altro che pulito può giocare brutti scherzi. Non c’è
nessuno, pochi motociclisti incontrati più a valle imbottiti e freddolosi…come
me. Nelle prossime settimane certi “smanettoni” variopinti torneranno qui col
loro repertorio di follie deleterie, prima o poi la pagheremo cara ragazzi, a
causa di quei quattro imbecilli…
Due capriol! In una radura oltre gli abeti e i
cumuli di neve: rallento e scalo terza e seconda, li osservo meravigliato, come
sempre, anche loro mi “puntano”, come sempre. Sono magri, ma gagliardi. Ce
l’hanno fatta, hanno sofferto un inverno duro, freddo e fame, i lupi alle
calcagna…questi boschi non sono magnanimi con i deboli. Percorrendo queste
strade può accadere di scorgere alcuni animali selvatici in ogni stagione.
Occorre un colpo d’occhio attento per distinguere la sagoma di un daino da un
cespuglio. Pochi si accorgono degli abitanti del bosco, ma loro ci sono sempre,
“fusi” con il loro mondo ti fissano da grande distanza. In estate, nel primo
mattino oppure al tramonto, si avvicinano al ciglio della strada. Sono creature
meravigliose. Amico mio, ridi pure se vuoi…ma non mangerò mai capriolo.
Nella borsa serbatoio a volte ripongo un
obbiettivo 70-300 per la mia Canon EOS: con un po di fortuna si possono
fotografare da distanze decenti in sosta sulla moto.


     

…ma loro ci sono sempre,

“fusi” con il loro mondo ti
fissano da grande distanza
(una femmina di daino col
suo piccolo in primavera)


SILENZIO E SOLITUDINE

Eccola, finalmente, la Foresta di Campigna:
abeti e neve. La strada davanti al manubrio è un nastro scuro e bagnato, ai lati
grandi fusti, neve ovunque. Ampie zone sono ammantate dalla foschia: in moto fra
le nuvole. Solo il rosso della mia Norge contrasta fra il verde e il bianco
“sfumati” nella nebbia. Il pulsare sornione del bicilindrico cresce e decresce
fra seconda e terza, non è auspicabile spingersi oltre e fra le curve procedo
addirittura in prima a passo d’uomo. Basta un attimo per finire in terra.
Da ore sono in sella. Mi fermo ai margini della
neve a pochi chilometri dal valico. Qui regna l’inverno più severo, il
ticchettio della moto accaldata è l’unico fruscio nel bosco silenzioso come una
chiesa: Tic Tic Tec…Tic…Tec
Oggi anch’io mi sento una creatura del bosco,
condivido silenzio e solitudine con le anime elusive che lo abitano. Ma non mi
sento solo: sono con la mia moto, la mia Guzzi Norge 1200…gran “ferro” la Norge…

 

   

      


Solo il rosso della mia
Norge
contrasta fra il verde e il
bianco…


La strada è un nastro
scuro e bagnato,
ai lati grandi fusti, neve
ovunque


     

Ma non sono solo: sono
con la mia moto,
la mia Guzzi Norge 1200…
(poche curve prima del
passo)

 

Le montagne, i boschi ammantati di neve, le
stagioni mutevoli…oggi anche i racconti di Mario Rigoni Stern mi accompagnano:
storie di uomini, boschi e animali. Di tracce sulla neve lasciate dai selvatici
in cerca di sopravvivenza, così simili a quelle degli scarponi sul Don nella
disperata ritirata di Russia. “Sergentmagiù…ghe riverem a baita?
(sergentemaggiore…torneremo a casa?).
A pochi metri dalla Norge inclinata sul
laterale, il percorso di un capriolo leggibile sulla coltre bianca: è sceso dal
pendio fino alla strada, oltre l’asfalto le sue tracce riprendono ordinate per
perdersi là…fra gli abeti. Era certamente in cerca di cibo. L’inverno è stato
durissimo: un metro di neve ovunque ha reso la vita difficile alla fauna
selvatica, prede e predatori hanno sofferto, molti non ce l’hanno fatta. E’ dura
legge di natura: solo i forti scampano e in primavera generano altri forti. I
deboli soccombono e finiscono preda del lupo, il quale a sua volta non può
sottrarsi al predatore supremo: la fame. Anche per lui è dura.
Qui i lupi ci sono sempre stati, eppure
frequentando questi boschi da molti anni non li ho mai visti, le loro tracce,
quelle sì, ho potuto trovarle sui sentieri. Una volta li ho sentiti ululare in
un crinale selvaggio, fù un giorno emozionante.

Osservo il percorso del capriolo per qualche
istante, mi restringo nella pesante giacca e strofino le mani prima di rimettere
i guanti. Monto in sella e giro la chiave: verso il valico.

 


      


Oltre l’asfalto le sue
tracce riprendono
ordinate per perdersi
là…fra gli alberi.


Tracce di lupo sulla neve

(Foresta della Lama, nel
cuore del Parco)



PUGNALI DI GHIACCIO


Rhurhurhurhurhu….

Mancano poche curve prima di arrivare al Passo
della Calla di Campigna, se ricordo bene resta un solo tornante. Il termometro
nel quadrante indica 2 gradi, ma credo sia ottimista: brrrrrrrr…in che
freezer ho portato le ruote! L’acqua di un torrente ha gelato…in caduta! Dai
costoni di roccia grondano pugnali di ghiaccio lunghi quaranta centimetri,
intere pareti sono ricoperte di gelo.
Ci siamo, ecco l’ultimo tratto…posso intravedere
il valico. Quì la neve ha conquistato ampi tratti d’asfalto, sento la moto
vacillare sotto di me come se fosse sull’olio…oooooh! Che strizza! Ooooook!
Vaaaaabene. Può bastare, un paio di foto di “rapina” al cartello del valico, e
si torna “a baita”. Non credevo di arrivare fin quassù…ma ne è valsa la pena. Ne
vale sempre la pena, amico mio; mai rinunciare ad essere VIVI col vento addosso
nella bellezza degli ultimi paesaggi: ne sono rimasti pochi.

Pochi sono i “folli” come noi.
Pochissimi coloro che possono comprenderci.
Sarà sempre così…

Rhurhurhurhurhu….

   

      


L’acqua di un torrente

ha gelato…in caduta!


Intere pareti sono

ricoperte di gelo…


     

Dai costoni di roccia
grondano pugnali di ghiaccio
lunghi quaranta centimetri

   

      


sento la moto vacillare
sotto di me…
oooooh! Che strizza!


Un paio di foto di
“rapina” al cartello sul valico,
e si torna “a baita”

Fabio Baldrati
(Moto Guzzi Norge 1200)

Per saperne di più:
 




www.parcoforestecasentinesi.it



www.sentierinatura-forestecasentinesi.it

Altri siti correlati (alcuni fotografi
casentinesi):


www.ilsalesullacoda.it



www.andreabarghi.com

Un sentito grazie a Marco Simone e agli
“impaginatori del Sito.


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