UN GIORNO AL MOTORSHOP


UN GIORNO AL MOTOR SHOP
di Fabio Baldrati


“Prediligo le cose semplici, sono l’ultimo rifugio del
complicato”.
Colui che concepì questo pistolotto vorrei vederlo ai
giorni nostri in cui le “cose semplici” sono più
in via di estinzione dei panda.
Credo che rinuncierebbe al suo credo.

Ho investito buona parte di un sabato alla ricerca di un
paio di stivali da moto, neri, essenziali e senza troppi fronzoli,
per l’appunto semplici. Bè, credetemi, non è stato
affatto facile.

Ma sì, voglio raccontarvelo il mio giorno al motor-shop.

Riguardo all’abbigliamento da moto ho le idee abbastanza chiare:
quando trovo quello che cerco non bado a spese perchè
lo userò per anni, e cerco cose semplici. Cose buone.
Colori sobrii. Le cose semplici (non sempliciotte) non creano
problemi, le cose buone non temono il tempo, i colori sobrii
meglio si difendono dagli scarichi di certi vetusti camion diesel
dagli iniettori sfatti.
A mio parere giubbetti e tutine sgargianti danno un bel colpo
d’occhio
ma dopo alcune giornate trascorse in moto possono diventare
irriconoscibili.

E così un sabato mattina decido di pensionare i miei
eroici e stanchi stivali.

Dalle mie parti vi sono quattro o cinque motor-shop fornitissimi
e ci puoi
trovare anche il latte di gallina. Parto fiducioso di buon
mattino.

Sono il primo cliente della giornata, la signora del negozio
mi conosce bene e mi riceve con gentile sincerità: “Salve,
come stà? I guanti andavano bene?”
Rispondo: “sì, benissimo, avrei bisogno di un paio
di stivaletti fatti così e
così……”.
Lei squote la testa mentre il suo volto assume quella espressione
che tutti usiamo in presenza di un cattivo odore, poi si esibisce
in un
classico del commercio: “vado a vedere quello che ho rimasto…..”.
Mentre aspetto mi guardo attorno col rumore delle scatole
in sottofondo: esso sarà la colonna sonora di tutta la
mattinata.
Ovunque sono appese tute arlecchinesche e “corazzate”,
caschi aerodinamici dal profili sfuggente (alcuni hanno pure
le
alette!). Dove metto lo sguardo vedo quel racing esasperato
che, a quanto pare, è sempre molto gettonato. Anche l’altro
estremo và sempre alla grande: brache da vaccaro, giubbotti
alla Pecos Bill, e una serie di gilè frangiati con un
indiano sullo schienale e un trionfale: “Crazy Horse l’ultimo
Apache!” Eh,
…..bonanotte: Cavallo Pazzo non era un Apache ma uno Sioux
Oglala, egli era Apache come io sono Bill Clinthon.

Ma sì, va bene, in fondo questo mondo è bello
proprio perchè è vario e se tutti vestissero come
me sarebbe di una noia mortale.

La signora interrompe i miei pensieri mentre giunge sorridente
con un carrellino carico di alcune scatole.
“Belli eh? Ne vorrebbe provare uno?” Rispondo serafico:
“Sì, se me l’ordinasse il medico”.
Ella conosce bene i miei gusti al riguardo e so bene che scherza.

Mentre apre una scatola mi dice: “mi spiace ma questa volta
non potrò
accontentarla, come li vuole lei non si trovano più….li
ho così”: mi mostra
stivaletti buoni per Arlecchino e molto, molto corazzati: sono
imbottiti di
placche ai lati, sulle caviglie, sui talloni, sul davanti. A
fatica ci infilo
dentro i piedi, poi cammino per il negozio: Tronck, Tronck…..mi
sento tanto Frankenstain, nemmeno riesco a piegare il collo
del piede.
Ma come faccio a cambiare? E il freno a pedale? Mah, sarà
perchè sono nuovi.

Ne provo altri e sono anche peggio. Sorrido alla signora e le
dico: “signora mi ha guardato bene? Io non sono Russell
Crow, non devo andare nell’arena a fare il gladiatore, vorrei
semplicemente andare in moto”.
Lei allarga le braccia e dice: “lo sò. Adesso sono
così. Però….aspetti, ne ho rimasti un paio che
forse….”. Tempo un minuto e si presenta con uno scatolone
che potrebbe contenere il vostro computer: “guardi, questi
sono come quelli di Marlon Brando nel film Il Selvaggio”:
a fatica estrae due stivaloni attraversati da due fibbie prese
dal cinturone di John Waine, il tacco è una mezza pietra,
devono aver usato una intera pellaccia di vitello. Che spreco.
Mi spiace per il vitello.
Uno di quei “cosi” le cade in terra: Ptunf ! Il negozio
sembra la
valle dell’eco.
Ci macava pure Marlon Brando! No, no, non ci siamo proprio.
“Mi spiace signora, l’ho fatta faticare per nulla”.

E lei: “non si preoccupi, è il mio lavoro”.
Buongiorno e buongiorno.

Provo un altro negozio: davanti all’ingresso vi sono posteggiate
tre
super-racing coloratissime il cui “cambio-gomme” richiede
un mutuo agevolato.

I loro fanali sembrano occhi di giganteschi insetti aggressivi,
mentre i motori sono segretati in sarcofaghi inviolabili, hanno
sigle alfanumeriche così complicate che potrebbero essere
chissà quali formule chimiche.
Mi spiace ma non so che farci: quelle moto lì non mi
piacciono proprio e non hanno speranza di piacermi mai.
Li vedo appena entro: uno di loro stà indossando una
tuta col cartellino
penzolante, ed è una meraviglia (la tuta): aderente e
avvolgente, sulla schiena c’è una “gobba” che
sembra lo spoiler della Subaru Rally, è sgargiante di
rosso, bianco e giallo, spalle e gomiti corazzati, le saponette
ai ginocchi che pochissimi (nessuno che io conosca) riesce a
far strisciare. Mai ho avuto risposta alla domanda: come fate
se vi viene “quel” bisognino?.

Li conosco e ci salutiamo con un cenno. Sò che percorrono
tra sì e no qualche centinaio di chilometri all’anno
tutti “spasimati” a tornire curve ben oltre il ritiro-della-patente;
rischiano la propria pelle e quella altrui (non quella della
tuta) presi come sono nella loro concezione della moto che non
esito a definire folle. …….La mia impressione (ma posso
sbagliare) è che della “motocicletta” ne sanno
ben poco e ne hanno capito ancora meno, e questo non centra
assolutamente nulla con le marche giapponesi delle loro cavalcature.

Ma, del resto, anch’io sono inconcepibile ai loro occhi e non
ho il diritto di
giudicare nessuno. E’ comunque vero che per loro sono quello
un po “strano”, il guzzista, quello che stà
sulla moto una giornata e si ferma solo per far pipì,
o per fare il pieno. Sono quel bradipo guastafeste che sempre
si ritrovano proprio lì, su quelle curve che bramano
da una settimana e che conoscono a memoria.

Ogni domenica leggo nei miei specchietti il loro furore in staccata
(mi calpesterebbero).
Qual’è il “popolo eletto” fra noi? i miei simili
o loro? E chi è il “vero
motociclista”? E’ il racing-man dai colori di guerra con
la 140 HP sempre in garage coperta di panni, oppure sono io,
noioso mototurista-guzzista solitario in grigio-blù?
La verità è che nessuno di noi lo è o forse
lo siamo tutti un pò.
Questo fantomatico “vero centauro” che cerchiamo come
il Godot di una
commedia è qualcosa che ognuno di noi vede costruito
a suo “credo”. Egli non esiste, o forse ne esiste
uno per ogni moto immatricolata.
Stà di fatto che la proporzione di 3 a 1 in questo negozio
rispecchia la realtà di una maggioranza “etnica”
evidente, e basta dare una occhiata a tutto ciò che trova
esposizione in ogni motor-shop.
Neppure quì troverò quello che cerco perchè
non c’è, o meglio, esiste nella pubblicità (spesso
finta) del settore e dovrò attaccarmi al telefono, oppure
dovrò diventare marinaio e “navigare” in internet.
Possibile?!.

Sono tutti pensieri che mi noleggiano la mente mentre aspetto
il mio turno.
Eccola: vedo venirmi incontro una ragazza illuminata da un alone
di luce: ella produce zucchero, non è bellissima ma la
sua mandarinale cortesia potrebbe “stendere” chiunque.

Le spiego quello che cerco e vedo il suo bel viso mortificarsi
in una smorfietta che ho già visto. Che peccato (….per
gli stivali).
Uscendo saluto l’amico “imbragato” col cartellino
penzolante mentre stà mimando una “piega” inforcando
l’aria. Perchè non và fuori sulla moto? (penso).

Al terzo tentativo finalmente stappo la bottiglia (!).
E’ un negozio in cui sopravvivono alcune scatole “classiche”
(le ultime, mi dicono): finalmente un bel paio di stivali sobrii,
semplici e morbidi, molto buoni. Li pago una cifra ma sono soddisfatto.
Guardo all’orologio: quasi mezzogiorno.

Caparbiamente mi ostino a cercare cose semplici e di qualità,
dagli stivali fino al casco, ma sopratutto la moto (….avrete
inteso).
Riuscirò in futuro a soddisfare questo mio
principio? Faticherò alla stregua di questo paio di stivali?

Un lampeggio semplice, buono, sobrio.

Fabio Baldrati

 

 

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