l’Attimo Fuggente

l’Attimo Fuggente

i miei scritti, belli o brutti, nascono nei miei
itinerari, fra i miei luoghi…

di Fabio Baldrati

Dobbiamo tutelare il
paesaggio e gli animali
selvatici non perché abbiamo bisogno di loro,
ma perché abbiamo bisogno delle qualità umane
necessarie per salvarli
(con modestia…) Fabio Baldrati

Fine novembre. L’autunno è la
stagione migliore per godere i piaceri di questa “malsana” passione, E’ il
periodo dell’anno che preferisco. I declivi appenninici si tingono dei
cromatismi di una tela di Matisse: il rosso rugginoso dei querceti, il giallo
vivo degli aceri e dei castagni, il sempreverde delle abetaie. Una bella
giornata autunnale zingareggiando in moto su e giu per l’appennino
tosco-romagnolo è un toccasana per l’anima, un bagno benefico per gli occhi.
Vorrei portarvi tutti con me nell’abbraccio con un sincero amico: l’Autunno.
Bentornato Autunno, ti
ho atteso per mesi, sembravi non arrivare più.
Conservo sempre qualche
giorno di “permesso” per godermi in solitudine alcuni itinerari prediletti;
giornate vagabonde e solitarie trascorse in compagnia del pulsare del
bicilindrico, giornate ricche di soste sul ciglio dei tornanti col motore al
minimo ad ammirare panorami montuosi “dipinti” e incorrotti.
Il “nastro grigio” disegnato
davanzti al manubrio e questi ultimi paesaggi selvaggi sortiscono su di me un
potere terapeutico, mi fanno bene al “sangue”. Ad ognuno il suo “lettino
froidiano”; per me non c’è nulla di meglio dell’ampia sella della mia
California
attraverso le Foreste Casentinesi in una tranquilla
giornata autunnale.

Il mio “Andare in moto” è una
passione indefinibile. E’ qualcosa di “personale” a cominciare dalla tipologia
della moto: la Moto Guzzi, che per me resta forse l’ultima “motocicletta”
rimasta, e il suo “essere” corrisponde in qualche misura alla mia indole.
E comunque per noi la moto è
intrinseca agli itinerari prediletti, i quali diventano “interiori” e li
preserviamo alla stregua di reconditi segreti…e poco importa se sono recensiti
in qualche blasonata guida turistica. Sono le nostre “strade del cuore”.
Che strana gente siamo

Nei giorni “feriali” il
traffico è quasi inesistente sull’asfalto disegnato fra la Romagna e la Toscana,
e puoi finalmente goderti la magia di un appennino sopravvissuto alla smania di
costruire, costruire, costruire… . Deturpare.



…sul passo dei Mandrioli una gelida nebbia nascondeva le curve e avviliva in me ogni volontà, “pugnali” di ghiaccio pendevano dalle rocce. Ho sofferto malessere, freddo e solitudine…quasi mi arrendevo..…”



Laggiù, nel fondovalle, il disegno di un nastro argentato che le mie ruote ben conoscono: il “piccolo Stelvio”, la statale dei Mandrioli. E sono chilometri di “seta” che ancora hanno la forza di emozionarti..”

IL “PICCOLO STELVIO”

Passano gli anni e gli
itinerari sotto alle ruote, trascorrono i chilometri a migliaia nel “quadrante”,
ma la mia “strada del cuore” resta sempre la statale n°71del passo dei Mandrioli
fino alla foresta di Camaldoli.
Rhurhurhurhurhu…
il corposo pulsare del bicilindrico ha riempito la mia giornata attraverso due
passi fra i più belli di tutto l’arco appenninico: il Carnaio e i Mandrioli.
Strade come queste hanno contribuito al mito romagnolo del “mutor”.
Sono andato “giù” in mille
curve e ho tornito cento tornanti deciso a consumare le “gomme” fino al “ferro”
dei cerchioni. Ho bruciato molta benzina a frugare la “coppia bassa” del
bicilindrico. Con la bramosia di un bimbo goloso ho cercato col piede sinistro
il Clock delle marce sul “bilanciere”. Ah!…viva il “mutor”!

Finalmente il sole “pesante”
del pomeriggio filtra fra gli alberi con obliqui bagliori dorati. E’ il momento
più bello della giornata, l’“attimo fuggente” atteso con pazienza e…con
un po di sofferenza: sul passo dei Mandrioli una gelida nebbia nascondeva le
curve e avviliva in me ogni volontà, “pugnali” di ghiaccio pendevano dalle
rocce. Ho sofferto malessere, freddo e solitudine…quasi mi arrendevo.
Laggiù, nel fondovalle, il
disegno di un nastro argentato che le mie ruote ben conoscono: il “piccolo
Stelvio”, la statale dei Mandrioli. E sono chilometri di “seta” che ancora hanno
la forza di emozionarti.

INSIEME…

Nel tardo pomeriggio la
foschia torna ad abbracciare i crinali variopinti a perdita d’occhio, e sono
vedute suggestive. Scalo “terza” e “seconda” e accosto sul ciglio di un
panoramico tornante: davanzti al manubrio un teatro di boschi “misti” e pascoli
aperti in cui i cervi maschi si fronteggiano all’alba per il possesso delle
femmine.
Due poiane amoreggiano in
volo senza un battito d’ali e compiono solenni volteggi, poi ”raccolgono” il
vento e scompaiono oltre una cresta di roccia scabra, lassù…dove solamente loro
possono osare. Una coppia di questi rapaci può restare unita per tutta la vita;
insieme condividono il cielo, il vento, i disagi delle stagioni, le prede e la
fame, i rischi e i pericoli; insieme crescono i piccoli, a volte un pulcino
soltanto, e sanno farne un fiero rapace. Anche le poiane sono una “civiltà”
assieme a molte altre che abitano le Foreste Casentinesi.
Indugio a lungo col motore al
minimo, le mani sui manubri e un piede a terra, prima di “rinsavire” al
Clock
della prima marcia.
Casentino ti voglio bene.



…Nel
tardo pomeriggio la foschia torna ad abbracciare i crinali variopinti a perdita d’occhio, e
sono vedute suggestive. Scalo “terza” e “seconda” e accosto sul ciglio di un
panoramico tornante: davanzti al manubrio un teatro di boschi “misti” e
pascoli aperti in cui i cervi maschi si fronteggiano all’alba per il possesso
delle femmine..
…”





…Il “nastro grigio” mi conduce
curva dopo curva nella Foresta di Camaldoli. Avverto il benevolo respiro
di un magnifico “popolo” quì ancora orgoglioso: gli alberi…
.”



…Ho conservato per ultimo il
percorso prediletto: la Foresta di Camaldoli  nel versante toscano del
Casentino. E’ una delle ultime grandi foreste d’Europa, vi sono abeti imperiosi
decisi a conficcarsi in cielo, antichi castagneti, faggi contorti autentici
testimoni del tempo…
…”

UN TAPPETO DI FOGLIE

Ho conservato per ultimo il
percorso prediletto: la Foresta di Camaldoli  nel versante toscano del
Casentino. E’ una delle ultime grandi foreste d’Europa, vi sono abeti imperiosi
decisi a conficcarsi in cielo, antichi castagneti, faggi contorti autentici
testimoni del tempo.
Fustaie ombrose eludono timide figure di caprioli e daini,
e un ultimo grido di vita selvaggia: il lupo.
Amo molto questi luoghi e più
volte nel corso dell’anno ci riporto le ruote della mia Guzzona, o meglio
è “lei” a condurre me in giornate vagabonde.

Rhurhurhurhurhu…
da molto tempo ascolto la mia moto, la ascolto davvero, e non solo “la
ascolto, ascolto “Lei”.

Vado in moto da molti anni
eppure il pulsare del “V” ancora mi delizia e mi tormenta, esattamente come l’
“argento” sfuggente sotto di me. Quante volte ti ho sentito brontolare davanzti
alle ginocchia? Quante volte ti ho visto sfumare sotto alle pedane?
Il “nastro grigio” mi conduce
curva dopo curva nella Foresta di Camaldoli. Avverto il benevolo respiro
di un magnifico “popolo” quì ancora orgoglioso: gli alberi.
Un tappeto di foglie
secche confonde il tracciato dell’asfalto dipanato fra questi boschi ormai in
letargo; ai lati ventagli di foglie rugginose svolazzano al mio passaggio per
poi posarsi dietro ai rimbrotti delle marmitte. Correre veloce quì? Mi
infliggerei un fastidio. Sarebbe un peccato oltrepassare la “terza”: la marcia
prediletta.

Sabato tornerà lo
“smanettone” in stile Mazinga  a “strisciare” le ginocchia fra le curve
di questo appennino, rischierà la pelle (non quella della tuta) in una
concezione della moto che non esito a definire folle, egli conosce ogni curva a
menadito ma non si accorgerà del paesaggio casentinese. Come ci si può divertire
così? Mah…sarò “limitato”, ma non lo capirò mai.
Domenica verrà
l’automobilista in quella annoiata consuetudine che egli chiama “giro
fuoriporta
”. Nel chiuso dell’abitacolo guarderà ma non vedrà, attraverso i
“rettangoli” dei vetri si sorbirà supplementari dosi di TV.
Entrambi ignorano l’abbraccio
del Casentino; mai potrebbero accorgersi del volo di due poiane, oppure di un
temerario capriolo seminascosto fra gli alberi ai bordi della strada. La natura
elargisce i suoi piccoli-grandi spettacoli ai sensibili che sanno guardare, non
ai rinoceronti.

UNO SLANCIO DI BUONSENSO

Chi ha scelto l’angusta sella
di una moto e il vento addosso per scoprire il mondo vanta una sensibilità
particolare; egli vede e ascolta e respira e riflette…come un “turista” non
potrebbe mai fare, gioisce in modo quasi infantile per la bellezza dei paesaggi
che attraversa, e soffre…sì, soffre, quando li trova volgarmente deturpati in
nome di una divinità: “turismo & sviluppo”.
Anche questo asfalto gentile
ricoperto di foglie è costato la vita di molti alberi, certo, ma paradossalmente
non sembra una violenza al bosco e sovente vi sostano sopra gli animali
selvatici. Qualche volta, nel soddisfare le nostre onnipotenti necessità,
abbiamo saputo costruire perlomeno con decenza.

Amico mio, credi a me: il
Paesaggio
e i numerosi volti della natura sono le cose più belle che
abbiamo. E’ un peccato che in troppi ignorino questi valori. Se ancora conosci
un bel luogo in cui portare le ruote difendilo; difendilo coi denti se
necessario perché non possiamo lasciarci derubare ancora, di “bellezza” ne è
rimasta poca. Pensa un po al sorriso della Gioconda senza quel lembo di
Toscana dietro alle sue leggiadre spalle…avrebbe la stessa magia?
Il Paesaggio è la
“benzina” che spinge le nostre moto.
Abbiamo tutelato questo
appennino fra Romagna e Toscana con l’istituzione di un Parco Nazionale, un raro
slancio di buonsenso: che il buon Dio lo preservi in noi e ci induca ad usarlo
più spesso.

Non c’è anima viva, fra una
curva e l’altra solo il borbottare di questi grossi pistoni “gemelli”, a me
tanto cari. In alcuni tratti davanzti al manubrio un tunnell di fronde rugginose
ormai spoglie mi avvolge,
procedo lentamente e mi sembra di “galleggiare” con le
ruote su un tappeto di foglie secche.
Penso alla gioia che sa
elargirti un manubrio: qualcosa che non si può spiegare, solamente provare. E
penso che dobbiamo tutelare il Paesaggio e gli animali selvatici non
perché abbiamo bisogno di loro, ma perché abbiamo bisogno delle qualità umane
necessarie per salvarli.




…Non c’è anima viva, fra una
curva e l’altra solo il borbottare di questi grossi pistoni “gemelli”, a me
tanto cari. In alcuni tratti davanzti al manubrio un tunnell di fronde rugginose
ormai spoglie mi avvolge,…
.”



…da molto tempo ascolto la mia moto, la ascolto davvero, e non solo “la
ascolto, ascolto “Lei”…
…”

E’ SEMPRE “LEI”. TANTA GIOIA
NEL CUORE

Rhurhurhurhurhu…
eccomi, finalmente, immerso nella Foresta di Camaldoli. Ritrovo la “mia”
radura e il “mio” tavolo di legno: chissà quanti gioviali e rumorosi pic-nic
avrà sopportato. Oggi sopporta me e questo block-notes troppo piccolo per ciò
che vorrei scriverci.
I miei scritti, belli o brutti, nascono nei miei
itinerari, fra i miei luoghi, sulle mie “strade del cuore”. E quasi
sempre in sella alla mia moto, la mia Guzzi “California EV1100 p.i.”

La osservo inclinata sul
“laterale”; è dotata di iniezione-elettronica e punterie-idrauliche, materiali e
componentistica non sono neppure imparentati con la “850” sua
progenitrice…eppure a distanza di trent’anni ha conservato la sua essenza, è
sempre “lei”;
evento raro nel contesto motociclante in cui i modelli “passano”
come frutta di stagione. Era semplicemente magnifica la “California 850
di
Cecco
, correva il 1973 (avevo 12 anni). Quel ragazzo un po ingenuo
faceva la corte a Paolina, la barista del paese, e ne era innamorato perso.
Parcheggiava la sua motona davanzti al bar, inclinata sul “laterale” come
solamente una Guzzi California sa stare, e la gente andava ad ammirarla.
Bei tempi…li rivoglio. Sento che stanno tornando…e provo tanta gioia nel cuore.

Mentre metto “giù” gli
appunti che formeranno questo testo alcune foglie cadenti le accarezzano la
sella, il serbatoio, si adagiano sulle pedane poggiapiedi e sui coperchi delle
testate, scivolano sul casco sistemato su uno specchio.



…I miei scritti, belli o brutti, nascono nei miei
itinerari, fra i miei luoghi, sulle mie “strade del cuore”. E quasi
sempre in sella alla mia moto, la mia Guzzi “California EV1100 p.i
.”



…La osservo inclinata sul
“laterale”; è dotata di iniezione-elettronica e punterie-idrauliche, materiali e
componentistica non sono neppure imparentati con la “850” sua
progenitrice…eppure a distanza di trent’anni ha conservato la sua essenza, è
sempre “lei”;…
.”

LAME DI LUCE. PACE NELLE RUOTE

Il ticchettio del motore
accaldato è l’unico rumore esistente, non c’è una minima brezza di vento, la
Foresta di Camaldoli
sembra un luogo in cui ha vinto la pace. Ma non è così:
fra pochi giorni inizierà il duro inverno e solo i più forti sopravviveranno;
fra alcune ore arriverà il buio e l’ululato del capobranco scandirà l’inizio
della caccia. Forse ciò che chiamiamo “pace” non esiste, è semplicemente un
intervallo fra le piccole-grandi lotte ingaggiate dai piccoli-grandi “popoli”
della terra. Sarà vero che l’energia che fa girare il mondo non è la pace, ma il
conflitto? E’ il gioco crudele fra predatori e predati la vera “forza di
gravità”? Fra aggressori e aggrediti? Fra forti e deboli? Fra scaltri e ingenui?
Non voglio crederci. E se veramente è così…buon Dio manda gìù nuovamente
qualcuno, e che non sia un ragazzo ingenuo come tanti anni fa.

Bè, comunque, la Pace
nelle ruote: ecco l’essenza di questa passione.

Il sole pesante filtra nel
labirinto dei fusti con lame di luce attraversate dalle foglie in flebile
caduta. A volte, guardando il bosco, ne rimani ammaliato. “Il bosco migliora
chiunque
” ha scritto il mio autore preferito: Hermann Hesse. I nativi
americani concepivano gli alberi per quello che realmente sono: esseri viventi.
E utilizzavanzo i loro “corpi” con molta parsimonia. Essi percepivano nelle
foreste il respiro di Wakantanka, il Creatore della vita. Hermann Hesse era un
Premio Nobel per la letteratura. E i “selvaggi” nativi avevano una sapienza
incompatibile con la nostra moderna arroganza;
anche loro erano cavalieri un po
sognatori che abbracciavanzo il vento (come noi), sapevano guardare e ascoltare
(come noi).

Un giorno ti porterò quì,
amico mio, e dopo vorrai tornarci ancora, e ancora…



…anche loro erano cavalieri un po
sognatori che abbracciavanzo il vento (come noi), sapevano guardare e ascoltare
(come noi)…
.”
Fotografia di Edward Curtis: “capo Falco Rosso” (immagini di una razza che scompare. Mursia)

Sono lontano da casa e fra
poco vincerà l’oscurità, brrrrrrr…il freddo si fa sentire; ancora una
volta viaggerò al buio sulla via del ritorno in compagnia del “cono” luminoso.
Hai mai viaggiato in moto di notte? Dovresti provare, è piacevole. Nell’oscurità
il pulsare del motore è un amicone.
Mentre mi abbottono la giacca
noto sul terreno alcune impronte di capriolo. A volte qualche esemplare si
lascia intravedere fra le curve, oppure lungo i brevi rettilinei in cui i boschi
degradano;
queste timide creature armate solamente di paura vengono a spiare gli
strani esseri dotati di enormi occhi lucenti (i fari accesi) che corrono veloci
con zampe bizzarre (le ruote). Hai mai visto i caprioli liberi nel bosco? I loro
occhi sono scuri diamanti che ti lasciano qualcosa di magico: non li scorderai
più.
Ridi pure, se vuoi, ma io non mangerò mai capriolo. Mai.
Grazie ancora, Casentino mio,
per questa ennesima e normale, normalissima, straordinaria giornata in moto. In
Moto Guzzi…ah!

Rhurhurhurhurhu…grazie
ancora fratello dai pistoni a “V”, insieme potremmo fare il giro del mondo.

PS. Questo potrebbe essere
uno dei miei ultimi “giri” con la California. Probabilmente il prossimo
anno la sostituirò con una Breva oppure una Norge. Un po mi
spiace: La California è una gran moto ragazzi! Spero sapranno
“rinverdirla” come merita. Mi mancheranno le pedane-poggiapiedi e il
“bilanciere” del cambio che fa Clock (magnifico).

Come sempre, statemi benone.

Fabio Baldrati (Guzzi
California EV p.i.
)



…queste timide creature armate solamente di paura vengono a spiare gli
strani esseri dotati di enormi occhi lucenti (i fari accesi) che corrono veloci
con zampe bizzarre (le ruote). Hai mai visto i caprioli liberi nel bosco? I loro
occhi sono scuri diamanti che ti lasciano qualcosa di magico: non li scorderai
più…
.”

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