9.700

9.700


di Fabio Baldrati


Come
mai, ma chi sarai, per fare questo a me.
Notti intere ad aspettare, ad aspettare te.
Notti intere ad aspettare, pregando per un sì”

Come Mai (Max Pezzali, 883)

Accidenti come passa il tempo.
Sono trascorsi tredici anni…eppure mi sembra ieri. Nei giorni scorsi all’ufficio
postale l’ho rivista: è molto cambiata e ho stentato a riconoscerla. Lei invece
mi ha riconosciuto subito e i suoi occhi hanno brillato come allora. E
sicuramente anche i miei perché certe cose, amico mio, non muoiono mai
nonostante il potere cicatrizzante del tempo. E così un bel giorno scopri di
avere ancora un cerottino sul cuore di cui forse non ti libererai più.
Amico mio, sei mai stato
innamorato? A me è accaduto raramente, credo una sola volta. E ho sofferto. Se
sarai corrisposto in questo sublime sentimento potrai gioire del paradiso in
terra; ma se così non sarà…bè, allora, in quel caso dovrai essere moooolto
forte. Ascoltami bene: non infatuarti mai della ragazza “sbagliata”, potresti
ritrovarti in una marea crescente che all’inizio tendi a sottovalutare, poi
rischi di annegare.
Cosa centra tutto ciò con la
moto e la Guzzi? Centra eccome. Il potere terapeutico di questa “malsana”
passione mi aiutò. Correva il 1993 e nella mia “carriera” di Guzzista ero alla
terza Moto Guzzi: una 1000 SPIII. Gran moto…una idrovora di chilometri, eppure
per me resta la Guzzi “meno Guzzi” a causa del suo “V” nascosto dalla
carenatura. Mai capirò una certa mania ”sarcofaghesca” di eludere l’anima di
questa motocicletta: il suo bellissimo motore. Perché? La bellezza non si copre,
si mostra.

Scrivere non è mai facile,
almeno per me. Ma la stesura di questo testo mi è costata particolare fatica, ho
provato piccoli fastidi simili a quelli causati da una mano che graffia una
lavagna. Più volte ho pensato di accartocciare tutto mentre il cestino sotto al
tavolo sembrava una Sirena di Ulisse: “daiiiiii…accartocciaebuttaquììììììììì”.
Ma poi ho proseguito, anche perché la carta sopporta ogni sopruso senza
protestare.
Qualche amico potrà ricamarci
sopra un po di battutine sarcastiche, si accomodi pure…ma così facendo
dimostrerà di non aver conosciuto quel misterioso ardore che improvvisamente
carpisce mente e corpo e fa di te un invalido incapace di intendere e volere.
E’qualcosa che supera la stessa attrazione sessuale, qualcosa di raro che molte
persone non hanno la fortuna, o la sfortuna, di provare nel corso della vita.
Una piccola preghiera per le
donne che leggono queste righe. Se qualche spasimante vi insegue e il vostro
cuore è impegnato, oppure non lo trovate interessante, insomma non è il vostro
“tipo”, non giocate con lui, non scherzate con la sua sofferenza nascosta (a
meno che non lo meriti). Abbiate pazienza e comprensione, siete voi il “sesso
forte” mentre noi non siamo altro che spadaccini allo specchio. Non immaginate
la fragilità di molti di noi.

Ovviamente Giovanna non è il suo
vero nome, ma non ha molta importanza. In fondo i nomi sono semplicemente
assemblati di lettere.
Aprile 1993 (o forse era il
92?). Per ragioni che tralascio ho cambiato azienda ma ho conservato le stesse
mansioni. In altre parole faccio lo stesso lavoro in un luogo differente:
tecnico progettista di macchinari per cantieristica. In Ufficio Tecnico siamo in
tre: io, l’ultimo arrivato, un collega segue lo sviluppo dei progetti in
produzione (in ufficio è raramente presente), poi il capo-ufficio, cioè il
tecnico più anziano, che chiamerò Francesco. Mi trovo bene e le ore scorrono
tranquille.
Ogni venerdì mi reco al lavoro
con la moto “carica” di bagagli: una Guzzi 1000 SPIII. Alle 17.00 smetto e
indosso l’abbigliamento da moto nel parcheggio fra gli sguardi un po sbigottiti
degli impiegati divisi in due fazioni: “ma non sarà un po matto?”.
Oppure: “…però che palle quadre ha quello lì!”. Parto alle 17,30 e
viaggio per tutta la serata di venerdì, poi zingareggio su e giu nel corso del
week end e rientro a casa nella nottata di domenica. Quasi tutti i fine
settimana li trascorro in sella alla mia “1000 SP” rigorosamente con tenda e
sacco a pelo sul portapacchi. Sono molto grato alla Moto Guzzi: grazie a “lei”
sono andato alla scoperta del mio paese e ho imparato ad amarlo, qualche volta a
detestarlo per come l’ho trovato sovente abbruttito. Rhurhurhurhurhu…il
pulsare del bicilindrico è per me un dolce veleno dalle alpi al centro-sud, e
sono sempre solo, come un lupo.
Il Direttore mi ha presentato
quasi tutto il personale aziendale a parte una certa Giovanna-del-commerciale
assente per un periodo di ferie. E quando un giorno di metà aprile egli mi
presenta Giovanna…il mio cuore deve lottare contro una forza sconosciuta e
invincibile: il “colpo di fulmine”.

VENERE DEL BOTTICELLI
Ciao, mi chiamo Giovanna e
lavoro al commerciale
…”. Alzo lo sguardo dai disegni stesi sul tavolo e i
miei occhi trovano un bagno benefico. Riesco a parlare senza balbettare: “…sono
quì da tre settimane, piacere di conoscerti
”. Il Direttore nel presentarmi
Giovanna spiega le mansioni che ella svolge presso la sezione commerciale, egli
parla parla…e sono decibel che attraversano indenni i miei padiglioni
auricolari, non trattengo una sola parola. Davanzti a me due occhi scuri e
luminosi simili a diamanti ardenti, un sorriso di denti bianchi come ciotoli di
torrente, una cascata di scuri capelli corvini sciolti sulle spalle. Un volto
armonioso e una carnagione ambrata…Giovanna vanta una estetica mediterranea
innanzi alla quale rimango stregato. Colpito e affondato.
Quando esce assieme al Direttore
la osservo rapito attraverso le vetrate divisorie, ella si muove leggiadra fra
l’amministrazione e la contabilità. Poi si gira e mi dona un timido sorriso
prima di svanire nel corridoio: una immagine che neppure il più virulento degli
Alzèimer potrà mai carpirmi dovessi vivere un secolo. Perché certe cose, amico
mio, non muoiono mai…


Venere del Botticelli
Dimmi chi sei leggiadra figura
senza tempo che mi ipnotizzi
e mi avvolgi…
Sei forse un sogno? Una fiaba?
Non lo so. Una fiaba è il tuo
volto,
questo so.
Ti osservo e il tempo scorre
leggero,
come quando bevo da un bicchiere
che mi allieta ad ogni sorso.

Ero davvero rincitrullito… In un
giorno di maggio le dedicai queste note, che non ho mai avuto il coraggio (sì,
il coraggio) di farle leggere.
Tum!Tum! “Oh! Fabiooooo…sei
ancora vivooooo
?” sbotta scanzonato Francesco con due pugni sul tavolo.
Rispondo con un timido: “…spero di rinsavire”.
Eh sì, amico mio, il “colpo di
fulmine” esiste davvero e non è una favola. E’ raro per quanto è straordinario,
ed è molto straordinario. E’ un misto di esaltazione e di dramma interiore.
Nemmeno Freud ha saputo decifrarne il magnetismo.
Rimuovo dalla mente la fugace
immagine di Giovanna-del-commerciale e riprendo a lavorare, inconsciamente mi
illudo che sia finita lì…non so che qualcosa sta cambiando nella mia vita, non
immagino l’imminente onda lunga mentre sto nuotando in mare aperto. Presto
comprenderò ciò che mi diceva il nonno; oh! Se aveva ragione!

COME LA “MGS01” DI
GUARESCHI

Ho trascorso parte della mia
infanzia nella casa di campagna assieme ai nonni. Il nonno mi incantava al
cospetto del camino e le fiamme riflettevano la flebile danza delle nostre ombre
sul muro: un gigante buono che spiegava la vita ad un cucciolo di uomo. “Quando
diventerai un giovanotto ti innamorerai e diventerai un invalido incapace di
intende e di volere
”. Chi ha i capelli di “neve” conosce bene la vita perché
ne ha consumato i tre quarti. Molti anni dopo avrei capito cosa intendeva dirmi
il nonno…
Per molto tempo ho sofferto la
mancanza dei nonni, rivoglio il fuoco del camino che ingigantiva le nostre anime
sul muro. Rivoglio quei momenti.
 
Lavorando alla sezione
commerciale (dove si vendono i macchinari) Giovanna ha bisogno di informazioni
tecniche per depliant e manualistica. Le settimane si susseguono e quasi ogni
giorno provo sublimato e sofferenza: Giovanna.
Per la verità non è proprio
bellissima, come si suol dire è una ragazza “normale”, una come “tante altre”.
Ma poi…che significa “normale”? E nessuna donna al mondo è come “tante altre”.
Sono dogmi stupidi (e maschilisti).
Ragazze più belle mi lasciano
pressoché indifferente (bè…quasi), quella lì non è una miss eppure mi cattura il
“capire”. Perché? Il suo modo di fare e parlare è garbato, raffinato, e che dire
del suo buon gusto innato; tutto in lei esercita su di me un magnetismo
irresistibile. Veste in modo sobrio ma elegante, molto femminile. Le sue forme
posso prima immaginarle poi desiderarle. Quando la vedo entrare col volto
luminoso, i lunghi capelli neri, le mani di Gioconda…il cuore mi pulsa in petto
come la “MGS01” di Guareschi a Daytona. Il suo profumo inebriante è per me
frastornante.
Il mondo è pieno di donne e gli
azzeccagarbugli dei numeri decretano che vi sono tre donne per ogni uomo, ma è
puerile statistica. Le “femmine” che ti corrispondono sono rare, mentre
l’incontro con quella ideale è fortunoso e occorre la benevolenza della Dea
dell’amore. Giovanna è la ragazza ideale che invano ho sempre cercato. Ella mi
piace moltissimo per come è fatta e per come non è fatta, e più la conosco più
“peggioro”. Accidenti a me: ci sono cascato come una pera cotta. Di Giovanna
sono cotto.
Con me è gentilissima e anche i
suoi occhi brillano di qualcosa quando mi guarda. Tuttavia mantiene una certa
“distanza” come se non volesse illudermi. La verità mi investe con la virulenza
di un pugno in pieno stomaco: nella sua vita c’è un altro e non ho speranze,
così mi dice Francesco senza sconti.
Sua Maestà il Destino, che si
trastulla con le nostre esistenze, mi ha portato la ragazza del cuore ma mi ha
messo in seconda fila. L’angioletto arciere, che con le frecce è un gran
pasticcione, ha trafitto il mio cuore…ma non il suo. Giorno dopo giorno il
crescere di un’onda lunga mi ha sommerso. Oddio, mi sono innamorato della
ragazza sbagliata nel posto sbagliato, cioè sul luogo di lavoro. Un brutto
guaio. Basta poco per diventare la barzelletta dell’azienda…e ogni giorno devo
mantenere una altera “sufficienza”. La mia è una mansione delicata; con i miei
disegni vengono costruiti i macchinari e gli errori “pesano”, mi viene ricordato
spesso, per questo ho un buon stipendio e godo di una stima palpabile che poi,
in fondo, altro non è che un fardello da portare.


COME MAI, MA CHI SARAI…

Come può essermi accaduto? Stento a crederci, un uomo di
mondo e un “Cavallo Pazzo” come me?! Altre donne sono entrate nella mia vita ma
non in quel modo, che avrà di tanto speciale quella Giovanna? Vivaddio ho 32
anni…non sono più un adolescente foruncoloso con gli ormoni in rivolta. Come
mai, ma chi sarai, per fare questo a me? Mi scopro il protagonista della canzone
degli “883”: “come mai”, di cui mi sento addosso ogni parola.
Una sera dopo il lavoro i nostri sguardi si “predano” in una specie di Pub
irlandese. Giovanna è contemporaneamente dura e delicata, comunque trovo
ammirevole la sua onestà: “Da tempo ho compreso la tua sofferenza. Sei una
bella persona in tutti i sensi, Fabio, ma nella mia vita c’è un altro. Mi
dispiace
”. Sullo sfondo le note di una delle canzoni più belle nella storia
della musica Pop: “My name is Lìuca” di Suzan Vega.

Mi chiamo Lìuca, abito sopra di te…”
Mi chiamo Giovanna, lavoro al commerciale…”;  e il mio cuore si sciolse
come neve sulle fiamme.
Vorrei disertare la cena aziendale perchè so bene cosa
mi aspetta. Lei arriva puntuale accompagnata dal suo nonsocomesichiama,
nell’atrio di un ristorantone in stile “Romagna mia” fra colleghi e conoscenti
la vedo contornata di un alone di luce: è bella da far male. Guardamiiiii…ecco,
mi vede: il suo timido sorriso vale milioni di parole, è emblematico: “Mi
spiace Fabio, ma è così
”.
Durante la cena ingoio bocconi insapori e se nel piatto avessi arrosto di
pipistrello, al posto del pollo, non me ne accorgerei. Il nonsocomesichiama che
le sta accanto può essere pure un premio Nobel ma in questi casi vedi in lui un
brutto ceffo, non puoi sottrarti al classico: “ma che ci stà a fare con
quello lì?!
”. E quello lì lo farei secco poi appenderi lo scalpo davanzti
alla mia tenda alla maniera di un guerriero Sioux.
E va bene, tienti il tuo campione, lui non sarà mai quello io che sarei stato
per te. Mai. Mi defilo in silenzio fra i brindisi e gli “HipHipHurraaaa!

MA LA MIA “COPERTA DI LINUS”…

Buon Dio che mistero inviolabile è l’attrazione umana.
Il quando e il come, il dove e il perché quel “qualcosa” cresce in te non
troveranno mai spiegazione. Il Sig. Destino in vena di sadismo ha pensato di
infliggermi la versione peggiore: quella non corrisposta. La verità è un’altra:
non è colpa del destino, né della Dea dell’amore, tanto meno dell’angioletto
maldestro di freccia. Posso prendermela solo con me stesso per quel gran
coglione che sono, perché noi maschietti, amico mio, spesso siamo proprio dei
gran coglioni.
Francesco, che quando parla non fa sconti, mi getta addosso quel buonsenso che
ho smarrito: “Non hai colpe. Sei solamente arrivato secondo. Rimuovila dalla
testa. E basta
”.
Trovo sollievo nel Rock “classico” dei Pink Floid, nelle stupende canzoni dei
Queen. E poi Paolo Conte e Ennio Morricone. Non certo in “My name is Lìuca
di Suzan Vega che rifuggo in preda a un’allergia. Provo piacere leggendo la
letteratura di Hermann Hesse il quale decanta: “L’amore è desiderio fattosi
saggio
“ (davvero Hermann?). Percorro lunghe escursioni di trekking solitario
nelle Foreste Casentinesi, per me un luogo spirituale, dove incontro la
meraviglia dei caprioli, ascolto il “popolo” degli alberi, leggo le tracce del
lupo sul sentiero umido. Sì, deve esserci un po di “lupo” in me…

Ma la mia “coperta di Linus” resta sempre la mia Guzzi 1000 SPIII. Dal Trentino
alla Calabria una infinità di “argento” sfuggente è passato sotto alle staffe.
Rhurhurhurhurhu…il borbottio del bicilindrico a “V” davanzti alle
ginocchia mi piace senza darmi pace; il mio avanztreno è insaziabile e “rinnovo”
i pneumatici due volte all’anno. Davanzti al manubrio tutti i paesaggi di quella
che è, anzi era (lo è sempre meno), il paese più bello del mondo: l’Italia. Sono
un “diesel”: mi piace stare sulla moto per intere giornate, da mattina a sera,
dall’alba al tramonto, da buio a buio. Ritengo la velocità un divertimento
volgare, forse il volto peggiore della motocicletta. Fra il mio spirito
motociclante e lo “smanettone” brucia semafori c’è l’abisso di Atlantide.
Consumo frugali panini quà e là accompagnati con un bicchiere di “rosso”, poche
cene in qualche trattoria tipica. Mai capirò ‘sta usanza di andare in moto per
poi abbuffarsi in malsani bagordi culinari. In moto si mangia poco. Oggi ho 44
anni e vanto il fisico di un ventenne proprio grazie ai viaggi in moto.
Dormo nei camping dentro alla mia tenda con la Guzzona a
pochi metri, al mattino la ritrovo madida di rugiada con i pneumatici
“disegnati” dalle lumache. L’albergo?…chi è? Cos’è? Dov’è? Le mille comodità a
cui siamo abituati stanno facendo di noi dei totali smidollati e di qualche
scomodità abbiamo inconsciamente bisogno.

Questo è il mio modo di concepire la moto, si chiama “mototurismo”, ti spinge a
salire in sella per una vita e sopportare “tutto”: caldo, freddo, pioggia,
fatica, leggi idiote. E un po di angoscia viaggiando spesso solo…come un lupo.


ROTTA PER CASA DI DIO


Mentre pulisco la moto in garage con la radio accesa le dure parole del
capo-ufficio mi punzecchiano: “…levatela dalla testa. E basta”. Francesco
ha ragione, e basta! Rivoglio il mio cervello e il mio cuore. Ma ci vuole ben
altro dei Pink Floid e dei Queen, ci vuole un viaggio in moto, un viaggio tosto,
roba da farmi venire il culo piatto! Non mi bastano più i 1000 Km made in Italy
da Ravenna al Gargano…questa è la volta buona per un viaggio che da tempo mi
solletica. Sììììì!
Informo il Direttore che tutti i disegni sono in produzione assieme alle analisi
di costo ecc. ecc., ho un monte-ore di ferie alto come il K2 e vorrei abbassarlo
un po. Nessun problema: tutti i giorni che desidero. Ah! Quello sì che è un
capo.
Porto la mia 1000 SPIII alla Guzzi di Ravenna e prenoto due “gomme” nuove, il
cambio degli olii al livello max e un controllino generale. Il concessionario mi
conosce bene: “Oh! Fabio, sento puzza di viaggio”. Sì, voglio stare in
moto un mese, rotta per casa di Dio.
Un caro amico di Modena da tempo vuole fare un lungo viaggio con me. Anche lui
fa parte del “circolo” Guzzista e per combinazione ha una 1000 SPIII come la
mia. Lo chiamerò Antonio (non so se desidera essere citato). Viaggiare in moto è
una cosa seria, addirittura una disciplina; non basta un buon “somaro” sotto
alle natiche…occorrono idee chiare, metodo, cuore e passione, la capacità di
gioire e soffrire, l’umiltà di apprendere, la voglia di ricominciare sempre.
Antonio è un motoviaggiatore incallito e ha la mia stessa concezione della moto,
inoltre vanta un carattere gioviale. Sono contento di viaggiare insieme a lui.
Percorreremo un classico dei motoviaggiatori europei:
l’intero perimetro della penisola iberica. Partendo dall’Italia attraverseremo
la Provenza e il sud della Francia, poi punteremo a nord con i Pirenei sulla
sinistra fino alla Spagna. Tutta la costa spagnola del nord, l’intero Portogallo
dall’Alto Minho all’Algarve. La costa sud della Spagna e ancora il sud della
Francia, di nuovo in Italia. Teoricamente partendo da Modena sono oltre 9.000
Km, un mese in moto rigorosamente con tenda e sacco a pelo. Non dormiremo in un
letto d’albergo neppure una notte.
Prepariamo un “non si sa mai” con alcuni cavi del gas e
frizione, un paio di centraline d’accensione, due candele, un set di
fusibili-lampadine-relè, nastro “americano”, un tubetto di “loctite”, un kit
anti-forature,…poco altro.

Partiamo alla fine di luglio, all’alba, con il doblone arancione del sole che
allunga le nostre ombre sull’autostrada. Si va a ovest. Siamo carichi e pesanti:
le moto “rispondono” con lentezza e dobbiamo abituarci. Le borse laterali di 40
lt., tenda e sacco a pelo sul portapacchi, la capiente borsa sul serbatoio…ah!
Siamo magnifici ed emozionati come sempre all’alba di un lungo viaggio in moto.


NOSTALGIA FRANCESE


Secondo alcuni la Provenza è l’angolo più bello della Francia, possiamo crederlo
mentre attraversiamo zuccherosi paesaggi agresti di un verde più verde del
verde.
Rhurhurhurhu…direzione nord, verso la costa atlantica, con bramosia vogliamo arrivare alla
frontiera con la Spagna. Alla nostra sinistra la grande catena dei Pirenei emana
qualcosa di selvaggio, sulla destra la lussureggiante campagna francese poco
abitata e non deturpata.

Le strade transalpine sono la mia nostalgia Francese: poco trafficate con
rettlinei e curvoni immensi che stuzzicano ad aprire il gas in modo
irresistibile.

Nota: questo resoconto è contemporaneo al 1993. Attualmente in Francia in nome
di una perniciosa “sicurezza” vi sono leggi draconiane per il controllo del
traffico con sanzioni che rasentano le pene corporali. Ti metti alla guida e ti
senti male al solo pensarci. Se anche  l’Italia diventerà così, e i segnali
vanno in questa direzione, credo che farò le valigie e andrò a vivere da qualche
altra parte…già oggi questa italiota è troppo soffocante per i miei gusti.

TUTTO SOTTO IL SOLE” (MA
DOVE?!)


Entriamo in Spagna con la eco di uno spot pubblicitario a dir poco sarcastico: “Vieni
in Spagna, tutto sotto il sole!
”. Ma dove?! Già nel Pais Basco siamo
perseguitati da minacciose nuvole di piombo. Subiamo per giorni una pioggia
ostinata,…e che freddo! Sotto alla tuta-anti-pioggia abbiamo indossato tutto il
possibile. La sera nei camping siamo umidi e spossati…ma teniamo duro: tenda e
sacco a pelo! Sempre!
Attraversiamo La Cantabria e Le Asturie in balia di un clima capriccioso, sulla
sinistra villaggi di contadini e pescatori in cui non si vede anima viva mentre
sulla destra l’infinito oceano Atlantico si fonde con le nuvole, vi sono ampie e
calme insenature chiamate “rias” dove riposano pesceherecci dai colori
sgargianti. Su alcuni promontori dominanti la grande sagoma nera di un toro
(sono presenti in tutta la Spagna).

Rhurhurhurhu…
portami
lontano fratello dai pistoni a “V”, lontano, lontano…dove sai tu. Viaggiamo
per giorni sulla infinita statale-634 senza una curva e con immensi sali-scendi,
poche automobili, il monotono susseguirsi dei pali della linea elettrica ci
ricorda la mitologia del sud-ovest americano. Troviamo traffico intenso
solamente nei “nodi” di città come San Sebàstian, Bilbao e Oviedo. Incontriamo
qualche motoviaggiatore come noi e ci salutiamo orgogliosamente. Numerosi camion
carichi di bestiame fumosi come ciminiere ci costringono ad energici sorpassi in
cui andiamo a cercare tutto il “cuore” a tiro-basso del motore. Così per ore e
ore. Per intere giornate. In simili situazioni devi avere un buon “somaro” sotto
di te perché ad una motina gentile staccheresti il collo.
A volte leggo interventi con lamentele per l’eccessiva pesantezza e possenza dei
mezzi, ma viaggiare in moto, viaggiare sul serio intendo dire, è cosa ben
diversa da un giro fuoriporta. E’ un esercizio massacrante mantenere medie
elevate per intere giornate appesantititi di bagagli, sorpassare camion e
corriere, subire sferzate di vento e affrontare tratti in salita lunghi
chilometri…ci vuole un buon “somaro” con qualche chilo in più, non certo in
meno. Aggiungo che quando “apri” di polso destro per superare un pachiderma DEVI
trovare quello che cerchi; cioè una “coppia bassa” poderosa. Il “V1000” della
Guzzi vanta un “tiro” da camion, e io lo adoro.
Finalmente un bel sole e la sospirata Galizia: l’estrema regione
nord-occidentale della Spagna famosa per la celebre Santiago De Compostela.
Lungo il ciglio pellegrini in cammino con lo zaino in marcia verso Santiago:
arrivano da mezza Europa per celebrare il famoso “Camino de Santiago”; proviamo
a salutarli e quei meravigliosi pazzi rispondono con gioia.

UN PAESE BELLISSIMO

Agosto 1993. La “moneta unica” che annullerà gli euro-confini è un progetto in
gestazione e chi viaggia deve convivere con dogane e cambi-moneta. La frontiera
portoghese è…un casino. Camion incolonnati, roulottes e camper confusi, turisti
imbufaliti, fa un caldo pesante. Fortunatamente alcuni motociclisti tedeschi
appena “passati” ci indicano la giusta direzione. E meno male che l’inglese è
diffuso perché il portoghese è un mal di gola impossibile. I doganieri
dimostrano una palpabile benevolenza con i mototuristi e in breve tempo mettiamo
le ruote in Portogallo.
Con lo scorrere dei giorni e delle migliaia di chilometri perdiamo il “culto”
dell’orologio. Al mattino insacchiamo la tenda e saliamo in moto, vagabondiamo
nel paese di Vasco De Gama fin quando il sole diventa pesante e cerchiamo un
nuovo camping in cui rimontare la tenda.
Rhurhurhurhu…
Nei miei specchi il “frontale” orgoglioso di Antonio con le braccia ostinate sui
manubri, davanzti a noi i panorami di un paese bellissimo di cui non sappiamo
saziarci.
Quando tocca a me fare da battistrada stò in moto a “muso duro” e mi fermo solo
per fare il “pieno”, a sera il mio compagno di viaggio con un palmo di lingua
fuori sbotta con marcata cadenza modenese: “Oh! Mo te c’hai il diavolo in
coooorpo?!
”. Antonio non può capire l’effetto “terapeutico” di questo
viaggio su di me. A sera ci concediamo magnifiche grigliate di pesce e…sono
“guarito”! Sento il sapore di ciò che mangio.
Lalto Minho e il Douro offrono paesaggi collinari bellissimi con vigneti minuti
coltivati con cura maniacale: qui si produce il celebre Porto, uno squisito vino
liquoroso (uno dei simboli del paese).
Attraversiamo le cittadine di Viana Do Castelo, Braga, Guimaràes…e possiamo
respirare le atmosfere di quello che fu il paese dominatore del mondo regno di
conquistadores, esploratori e navigatori impavidi. Ovunque troneggiano manieri,
rocche e fortezze dall’inconfondibile stile: il Manuelino.
Molti percorsi sono lastricati con le antiche mattonelle (a dir poco sconnesse)
e per le nostre granturismo stradali è una vera tortura: arrivano colpi
tremendi. A nord di Coimbra si spezza una staffa della carenatura della mia 1000
SPIII, la facciamo saldare da un fabbro-artigiano il quale parla, parla,
parla…sembra una mitragliatrice di vocali e non capiamo un accidente. Rifiuta
decisamente di farsi pagare e quasi ci obbliga ad un bicchiere di Porto del suo
vitigno: eh sì…una squisitezza.
I portoghesi sono molto affabili e quando iniziano a parlare…ti travolgono con
un fiume di “JeuJeu…e HaoSao”.
I camping sono numerosi e tutti in riva all’oceano. Ci domandiamo perché nessuno
fa il bagno in quelle acque cristalline e lo scopiamo presto: sono gelide.
A Liasbona abbiamo una stretta allo stomaco quando percorriamo i circa tre
chilometri del Ponte 25 De Abril altissimo sul Rio Tejo: sotto di noi un abisso
in cui le navi mercantili sembrano bagnarole.
A sud di Setubal inizia la regione dei mulini a vento: l’Alentejo.
Rhurhurhurhu…
per molti chilometri attraversiamo brune pinete odorose di
resina in un clima salubre e arieggiato, vi sono insenature in cui le barche
sono adagiate sulla bruna spiaggia, quì le maree hanno dislivelli di molti
metri. Alcuni borghi di pescatori sono mirabilmente caratteristici e molto
sgargianti, veri paesini “bomboniera”.
E poi l’Algarve, la regione più meridionale del paese, dominata dalla roccia
scabra rosata a picco sull’oceano: immenso, azzurrissimo, potente, turbinoso e
spumeggiante nello scontro con i picchi scoscesi. La fortezza bianca di Sagres
nella punta estrema sud è una sfida alla fisica, così come noi dobbiamo sfidare
forti sferzate di un vento che prosciuga ogni cosa e ci costringe a viaggiare
inclinati. Motine leggere? No, grazie.
Al Portogallo abbiamo dedicato molti dei nostri giorni e qualche millimetro dei
pneumatici. Ci è sembrato bellissimo, traboccante di storia e cultura, ma
ipotecato da un modernismo scostumato: anche quì, come in Italia, sta
spadroneggiando una urbanizzazione priva di ogni stile che rivolterà questo
paese. Fra pochi anni il Portogallo sarà più “moderno”, più “europeo”, ma meno
portoghese, ed è un peccato. Chi ha storia e cultura dovrebbe avere più rispetto
per se stesso.

TUTTO SOTTO IL SOLE
(ACCIDENTI?!)


Volevamo la Spagna di “tutto sotto il sole”? Eccola…accidenti?!
L’Andalusia (il sud della Spagna) è il luogo più caldo d’Europa e noi lo
attraversiamo nel periodo più torrido dell’anno. Fa un caldo da inferno
dantesco. Negli autogrill i termometri segnano 46 gradi! Possibile? Vi sono auto
e moto con seri problemi di temperatura e anche le nostre bicilindriche,
raffreddate ad aria, non se la passeranno troppo bene: avvertiamo un calo di
potenza nei sorpassi. Ma vanno, vanno sempre, non si fermeranno mai.
Huelva, Sevilla, Malaga…un forno. Viaggiamo ai cento orari e arrivano vampate di
calore spossanti, in questo paesaggio arido si materializza un quadro di
Salvador Dalì: bovini immobili, esausti, martoriati dalle mosche si contendono
l’ombra dei rari alberelli. Rhurhurhurhu…il rombo dei nostri motori
incandescenti rimbomba sulle pareti dei bianchi paesi arabeschi, bambini allegri
ci salutano dalle finestre mentre la gente ci guarda dalle verande dei caffè
come se fossimo marziani.
Lo sconforto ci pervade impietoso…pensiamo di non farcela, poi il nostro
metabolismo reagisce e comprendiamo questi paesaggi aspri e tremolanti nel sole
a modo loro bellissimi. Ci fermiamo spesso a bere per reintegrare i liquidi
evitando birre e bibite gassate: autentiche trappole per chi non conosce il
caldo e la sete. Solo acqua naturale e Tè fresco, divoriamo avidamente interi
limoni.
Nei camping le cicale “strillano” anche di notte; non si chiude occhio fino alle
4: chiassose comitive brindano a cottimo con la “cerveza” (la birra locale) e
“sparano” Flamenco negli stereo a tutto volume, un ossessivo “HeHeHerattattarattattaaa…”.
Buon Dio aiutaci. In Andalusia tutto è spostato al “dopo”: si dorme alle 4 e ci
si sveglia alle 11, si pranza alle 15 e si cena alle 22. Sempre col “HeHeHerattattarattattaaa…”
negli orecchi. Gli andalusi hanno una istintiva propensione per il baccano.
Risaliamo la costa-sud della Spagna con decisione: Almeria, Murcia, Elche,
Alicante… . Inizia una zona di turismo di massa e a volte, a sera, nei camping
troviamo il “pieno esaurido”. E noi montiamo la tenda fuori dai confini (nessuno
se ne accorge): tenda e sacco a pelo! Sempre!
Dopo qualche bagno rifocillante nel caldo mare della Costa Blanca riprendiamo
più decisi che mai. In autostrada dopo Alicante “piantiamo” il gas ai 150-160 e
lì restiamo fin quando i nostri serbatoi non si vuotano, li riempiamo e
ricominciamo. Rhurhurhurhu… 5.000 giri, il vento addosso, sei o
settecento chilometri al giorno alla “conquista” di Barcellona. Sì! E ‘stavolta
Antonio ci va giù col plurale: “Oh! Mo noi c’abbiamo il diavolo in coooorpo?!”.
Chi non è Guzzista, o lo è diventato da poco tempo, non può immaginare che razza
di “carro armato” è stata la Moto Guzzi per quelli come me.
…stare in moto per settimane e percorrere 9.000 chilometri e non sentirli…è
passione questa, follia, oppure una malattia sconosciuta? Credo tutte e tre le
cose.
Dopo il traffico opprimente del “nodo” di Barcellona la frontiera con la Francia
ha il sapore di una conquista.


E’ ORGOGLIO DI MOTOVIAGGIATORE


E una conquista è la Provenza: ritroviamo i meravigliosi paesaggi attraversati
all’inizio del viaggio. Ci fermiamo qualche giorno in un camping squisitamente
accogliente, ombroso e fresco. Le nostre Guzzi sono letteralmente luride:
l’alone della pioggia asciugata, giorni di polvere e sole, ancora pioggia sulla
polvere, la rugiada notturna, i vapori del calore, la fuliggine dei camion… .
Anche le nostre tute multi-tasche  non sono da meno. E’ palese al primo sguardo
che veniamo da chissà dove. Così “vissuti” e carichi di bagagli attiriamo
l’attenzione di alcuni turisti i quali ci chiedono da dove veniamo e dove
andiamo, in seguito altri ospiti del camping vengono discretamente a curiosare:
ma non saranno un po matti?!”. Oppure: “…però che palle quadre hanno
quelli lì!
”.
Diceva un tale: “un quarto d’ora di celebrità non si nega a nessuno”. E
noi ne abbiamo avuti molti ovunque siamo andati,…per la verità accade sempre,
perché i viaggiatori in moto carichi di bagagli austeri e ben vestiti emanano
qualcosa di magnifico che incute stima e ammirazione. Perché per viaggiare in
moto, amico mio, e affrontare “tutto”, occorrono coraggio e palle quadre. Siamo
sinceri ragazzi: essere osservati e ammirati ci procura un piacere
inverecondoooo! E’ orgoglio di motoviaggiatore, e l’orgoglio non cresce sui rami
degli alberi. E con orgoglio ti dirò, amico mio, che i motoviaggiatori sono gli
ultimi sognatori rimasti in una “metropolis” di ingrigiti che vegetano e
invecchiano senza sogni. Siamo gli ultimi rimasti che ancora possono innamorarsi
di qualcuno o qualcosa per poi gioirne o soffrirne. “Come mai, ma chi sarai
per fare questo a me
”.
E ti puoi innamorare anche di una motocicletta, del suo “stile” e della sua
gente: la Moto Guzzi. Ah! La Moto Guzzi…

GHEPARDO E ASTORE

Dopo un mese di vagabondaggio entriamo in Italia con un sospiro, vedo i lampeggi
di Antonio nei miei specchi. Eh bè…vivaddio la Patria è sempre la
Patria…nonostante una sorpresina come la supertassa-Amato sulle moto (gli
venisse la diarrea). Riscopriamo la solita italiota.
Ci salutiamo all’Autogrill di Modena-nord al tramonto. Alle nostre spalle
l’intero perimetro della Penisola Iberica, quasi un mese in sella con tenda e
sacco a pelo e nemmeno un’ora trascorsa in albergo. Abbiamo percorso
complessivamente circa 9.700 chilometri in cui non sono mancati caldo e freddo,
pioggia, fatica, scoraggiamento ed esaltazione. Migliaia di paesaggi e
situazioni indelebili. Un grande viaggio in moto ti entra nell’anima e non te ne
liberi più.
Le nostre moto hanno sopportato di tutto egregiamente bene, le “gomme”
anteriori sono ancora dignitose ma quelle posteriori…UUuuuu! Sono finite. Il
chilometraggio, la pesantezza, le continue e impietose aperture di polso destro,
gli asfalti abrasivi del Portogallo,…sono ormai alla “tela”.
Non abbiamo compiuto una impresa robinsoniana e in moto c’è chi ha ripercorso i
viaggi di Marco Polo, ma è stato un viaggio impegnativo e mi è rimasto impresso
più di ogni altro. E’ una storia molto umana, come lo sono tutte le storie
vissute da chi ha compreso la vera essenza della motocicletta: scoprire la
bellezza vicina e lontana stringendo un manubrio e ascoltando il “respiro” del
motore. Noi che ancora crediamo in un valore raro: l’Amicizia. Grazie Antonio!
Viaggiare con te è stato un piacere e un privilegio.
Nei giorni seguenti fatico a “carburare” dopo un mese randagio in cui ho seguito
il sorgere e il calare del sole, i voleri dello stomaco, il livello del
serbatoio. Ho smarrito il “culto” dell’orologio e del calendario. Telefono ad
Antonio e anche lui stenta ad ingranare. Mi sento in forma strepitosa: ho il
corpo scattante di un ghepardo mentre nervi sensi e riflessi sono quelli di un
astore. E mi sento forte come non mai…
Rientro in azienda e “sopravvivo” egregiamente bene innanzi alla meraviglia di
Giovanna. “Bentornato. Come stai?”. Benissimo, grazie.
 
Non ho più rivisto Giovanna, e non l’ho cercata. Sicuramente avrà sposato il suo nonsocomesichiama, le auguro tutto il bene del mondo e spero con tutto il cuore che sia felice. Imprecai contro il Sig. Destino e l’angioletto arciere; non saprò mai se giustamente oppure no. So solamente che “My name is Lùka” di Suzan
Vega ancora mi emoziona.
Rientrai al lavoro e diedi una svolta energica: cambiai
azienda (dove lavoro tutt’ora) e fu una scelta felice.
Ciao Giovanna, ovunque tu sia.



Alentejo, Portogallo, mulini a vento


PS. La Moto Guzzi 1000 SPIII è stata una gran moto. Ci
ho “consumato” circa 100.000 chilometri…con grossi problemi: un cavo-frizione e
un fusibile da 200 Lire (!). Tuttavia è stata la mia Guzzi “meno Guzzi” (e ne ho
avute cinque, tutte “V1000”). Il motivo? Il suo motore nascosto in un
“sarcofago”: coprire una architettura così bella, e il “V” della Guzzi è
semplicemente magnifico, è un piccolo delitto. Il bicilindrico a “V” è il nostro
orgoglio, e l’orgoglio non si copre, si mostra. Attualmente ho una California
EV1100 p.i. del 2003 e aspetto con impazienza una nuova enduro-stradale…che
spero arrivi presto. E confido sia una moto imponente e imperiosa, una vera moto
da viaggio con le borse laterali e un serbatoio capiente. Queste sono, secondo
me, le moto che dovrebbe realizzare la Moto Guzzi, la quale fù nel decennio
magnifico (dal 70 all’80, forse fino all’85) la Regina del granturismo e tutte
le altre, ma proprio tutte, al confronto sembravanzo motorette. I Guzzisti
“storici” come me ricordano quel periodo non solo con nostalgia (quando la Guzzi
era “il Guzzone”) ma come  un futuro da ripetere con orgoglio, e ve ne sarebbero
tutte le condizioni.

Un lampeggio
Fabio Baldrati

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