presto sarà Natale

presto sarà
Natale…

di Fabio Baldrati

Rhurhurhurhu…
appoggio la spessa mano sinistra
sulla testata, lì, davanzti al ginocchio, e avverto il calore arrivare benevolo,
le pulsazioni nel palmo mi fanno immaginare il sali-scendi dei pistoni e il
vorticoso apri-chiudi dei “funghi” delle valvole. Poggiare le mani sul motore e
sentirne palpitare il “cuore” è uno dei piaceri elargiti da questo eclettico
bicilindrico tanto caro ai Guzzisti.

La natura non è altro che
una poesia enigmatica

Montaigne (Saggi)

Dicembre. Presto sarà Natale,
ancora una volta. Assorbiti da un imperante elenco di compiti che “dobbiamo”
assolvere (regali, auguri, saluti…) in noi è andata scemando ogni coscienza per
la più eccelsa delle spiritualità. E’ veramente incredibile come ci siamo
riempiti di impegni inderogabili anche in occasione del Natale. Storditi
in un un’orgia di pacchetti sgargianti e abbuffate culinarie quasi non ci
accorgiamo più del giorno in cui è nato Gesù.
Mentre ascolto musica osservo dalla
finestra merli, passeri e pettirossi calare silenziosi sulle briciole di pane
che quotidianamente spargo in giardino. Pochi sanno che il pettirosso è un
solerte messaggero invernale e preannuncia il freddo con infallibile puntualità,
non esiste meteorologo più efficiente. Sì, ci sono anche loro e aiutarli mi
sembra un bel gesto. La meraviglia della natura, compresa quella domestica,
dovrebbe costituire per noi un Natale quotidiano da gennaio a dicembre.
Purtroppo diventiamo sempre più insensibili alle piccole e grandi meraviglie
quotidiane che ci circondano.
La veduta di quei leggiadri
volatili in giardino mi ricorda una vigilia natalizia  risalente a qualche anno
fa: un Natale particolare vissuto in sella alla mia Guzzi sfidando il
Generale Inverno
. Sì, voglio raccontare un Natale atipico gratificato
da un raro spettacolo: la meraviglia venuta dal cielo.

ZERO GRADI: NE’ CALDO NE’ FREDDO

Presto sarà Natale, ancora
una volta. Lo stereo sprigiona gagliardo le note di “Let it be” dei
Beatles
: un brano senza tempo, uno fra i tanti composti da questo complesso
Pop ancora insuperato, forse insuperabile. Fuori una mattinata
“norvegese”: molto fredda ma limpida, illuminata da un sole vincitore sulla
coriacea nebbia della “bassa” Romagna, e questo è un evento inconsueto negli
inverni color piompo di queste zone. Un pensierino crescente mi stuzzica senza darmi pace; cerco di autoconvincermi che
fa un freddo maledetto, che è meglio abbandonare quell’idea, che certe stupidate
si pagano a caro prezzo, …ma non riesco a sopprimere l’infida vocina:
“daiiii…èunabellissimagiornataaaaaaa…vestitibeneeeee…prendiilcascoooo”.

E che sarà mai! Per un po di freddo! Sono forse rammollito? E poi non è freddo: zero
gradi (!) quindi né caldo né freddo. Ma sìììì!
Quando scendo le scale con la tuta invernale addosso e il casco infilato in un
braccio ecco che arriva puntuale un coro unanime: “Hei!…sei diventato matto?”
E rispondo serafico: “Sììììì. Da legare!”. Tutti squotono la testa fra il
rassegnato e il compatito (compreso Lillo, il cane). Ebbene sì, sono
matto da legare, e non ho alcuna speranza di rinsavire per mia  (s)fortuna.
Pochi
minuti e sono in garage. Appena apro il portone la luce del mattino scaccia via
l’oscurità ed ecco apparire, come al solito, la sagoma inconfondibile della mia
California. Anche l’inverno entra prepotente in garage: brrrrrrrrrr…accidenti!
Non sarò un po matto davvero?…Ma no. E poi ci sono zero gradi: né caldo né
freddo (!).
Quando scopro la Guzzona “lei” sembra accendersi in tanti sorrisi, uno
per ogni cromatura. Mi chiudo addosso cerniere e bottoni automatici, con cura
metodica indosso il “sottocasco” a lambire il colletto della giacca, poi il
casco, infine gli spessi guanti i cui “manicotti” sormontano abbondantemente i
bordi-maniche. Quando si va in moto in inverno nulla deve essere sottovalutato,
un solo “spiffero” può fregarti. Non si scherza col Generale Inverno.

NON E’ CATTIVO SE NE ABBIAMO RISPETTO

Puoi andare in moto da due giorni oppure da vent’anni, ma sempre provi quel…nonsochè
quando giri la chiave nel quadro e pigi col pollice sul pulsante:
gnignignigni…
Wruumm! Ah! Frulla gagliardo fratello dai pistoni a “V”
Buon Natale anche a te. Clock della prima, via.

Presto sarà Natale, ancora una volta. In paese i coloriti addobbi
natalizi celebrano un innocente concorso di fastosità. Rhurhurhurhurhu…portami
lontano amico mio, sì, ancora una volta, per sempre, per mille e mille itinerari
errabondi.
Finalmente davanzti al manubrio la campagna: costeggio a bassa velocità brulli
frutteti canuti, fossi ghiacciati, i vitigni “inzuccherati” di brina mi
ricordano certe stampe giapponesi. Le scure terre hanno ormai vinto gli ultimi
residui di una passata nevicata, qua e là ancora resistono poche chiazze
bianche.
Non c’è anima viva, tutto è immobile e imprigionato nel freddo, qualche passero
“frulla” fra i cortili e spero di non essere l’unico a spargere briciole di pane
in terra. Non siamo soli: ci sono anche loro e in questi duri mesi possiamo
essere per loro molto più di Babbo Natale. Aiutiamoli.
L’aria fredda mi punge il volto mentre gli occhi lacrimano come se stessi
pelando una cesta di cipolle, se chiudo la visiera del casco questa si
appanna…ecco, così va meglio, un po aperta ma non troppo. Rhurhurhurhu…
appoggio la spessa mano sinistra sulla testata, lì, davanzti al ginocchio, e
avverto il calore arrivare benevolo, le pulsazioni nel palmo mi fanno immaginare
il sali-scendi dei pistoni e il vorticoso apri-chiudi dei “funghi” delle
valvole. Poggiare le mani sul motore e sentirne palpitare il “cuore” è uno dei
piaceri elargiti da questo eclettico bicilindrico tanto caro a noi Guzzisti.
Un vecchio e inflazionato luogo comune  impone alla moto una collocazione
esclusivamente estiva, …bè, forse una volta era davvero così e bisogna ammettere
che le moto cosidette “naked” (nude ed essenziali) avvallano un simile
preconcetto; ma oggi vi sono tute termiche e accessori efficaci, così come la
“protezione” aerodinamica adottata in molte moto difende il motociclista da
quella brutta “bestia” (il vento) che spinge in mezzo al petto. A questo
proposito ho munito la mia Guzzi California di un ampio
schermo-protettivo davvero ben realizzato, infatti appena mi scosto da “lui” il
freddo mi fustiga impietoso: brrrrrrrrr…Acc…!Porc…!
“zerogradi-nécaldo-néfreddo”…un corno! Io abolirei l’inverno per Decreto Legge,
con tante leggi idiote almeno un provvedimento sensato…
Eppure nemmeno l’inverno è il diavolo, non è poi così cattivo se ne abbiamo
rispetto: scegliamo possibilmente le giornate soleggiate, equipaggiamoci con
metodo, soprattutto evitiamo di strafare. Chi ha partecipato a qualche edizione
del mitico raduno germanico dell’Elefanten-Treffen, oppure si è
sottoposto a lunghi viaggi nella stagione rigida, non è affatto pazzo, al
contrario denota l’intelligenza di chi sa programmare.
Per i
pochi automobilisti che incontro in questa freddissima giornata sarò certamente
uno “spostato”, comprendo nei loro sguardi sbigottiti un pensiero unanime:
“oh…! mo quèll l’è matt!”
  (oh…! ma quello è matto!), ma poi quando levo la
mano nel freddo in segno di saluto sorridono compiaciuti. Sorpasso una macchina
con un bimbo attaccato al vetro e non so chi è il vero “bimbo” fra me, lui e il
suo papà. Buon Natale!
Rhurhurhurhurhubrrrrrrrrrrr…
Accidenti!

LE MIE VALLI E L’ULTIMO “TEXAS”

Presto sarà Natale, ancora una volta. E per l’occasione quì dalle mie
parti, nella bassa-Romagna del “mutòr”, due rossi “papà” infiocchettati a bordo
di un Sidecar portano caramelle e dolcetti ai bambini; oggi mi piacerebbe
davvero incontrarlo quel Sidecar.
A circa trenta chilometri, in direzione nord, esiste una autentica rarità: una
vasta zona disabitata in cui lo sguardo si estingue in orizzonti ancora liberi
da costruzioni. Per molti chilometri la strada panoramica di “via Agosta”
costeggia la valle di Comacchio (l’ultima rimasta), mentre sulla sinistra c’è la
distesa del “Texas”: così chiamano quella infinita pianura agricola strappata
all’acqua valliva nel dopoguerra. Dopo cinquant’anni quelle terre asfittiche a
causa dei residui salini nemmeno rendono il valore del concime usato, mentre la
vallicoltura con i “lavorieri” per le anguille e le spigole avrebbe potuto
costituire una importante economia. La “bonifica” delle antiche valli
comacchiesi fu una scelleratezza che solamente oggi possiamo comprendere.
Eppure, col tempo, la natura ricostruisce se stessa e oggi il “Texas” vanta una
sua bellezza peculiare: una incorrotta vastità dominata dal volo solenne dei
trampolieri e dai rapaci. Vi sono solamente un paio di stradine solitarie che
fanno la gioia di chi va in moto; il Delta del Po è uno degli ultimi paradisi
per motociclisti.
Dal
1998 vi sono poderose “spinte” per far passare nel “Texas” una autostrada (la Venezia-Civitavecchia)…la cui necessità è tutt’altro che dimostrata. Che follia!
La gente dovrebbe protestare non solo in Val di Susa…
Perché ovunque mettiamo le mani facciamo solo disastri e scempi? Abbiamo forse
in noi qualcosa di malefico che prende il sopravvento? Perché rifuggiamo lo
spirito del “natale”, la parte migliore di noi, per 350 giorni all’anno?
Sui lunghi rettilinei “texani” di queste strade, tanti anni fa, venivano a sfidarsi in furiose riprese i motociclisti di mezza Romagna,; fra di essi il mitico Silèzi
(silenzio) con la sua rossa e quasi imbattibile “Le mans 850”.
Sembra ieri…ma quanto tempo è passato. Quì dalle mie parti chi va in moto da
molti anni ricorda i bei tempi del “mutor” con nostalgia, “Coraggio,
il meglio è passato”
  diceva Flaiano.

Più volte nel corso dell’anno torno a lambire le “mie” valli, sempre vi sono uccelli
di ogni specie in acqua oppure in volo ma oggi anche quì, dove la “vita” è
sempre caparbia, tutto è immobile e stregato dal freddo. La valle di Comacchio è
una grande distesa azzurrognola piatta come se fosse di olio, alcune “lame”
gelate lungo le rive sembrano specchi che riflettono un debole sole in difesa.
Non ho un termometro ma quando gelano le acque salmastre…
E’
una splendida (…freddissima) giornata luminosa, ovunque guardo trovo l’orizzonte
senza fine. Ma guai a me se oltrepasso i cento orari, il gelo è spietato e non
fa sconti, mi fustiga ogni volta in cui provo ad “uscire” oltre la protezione
dello schermo trasparente.
Il sommesso borbottare del bicilindrico è l’unico rumore esistente, davanzti al
manubrio le dolci curve abbracciano le anse della valle lungo un itinerario
fruito chissà quante volte ma sempre bello. Per decine di chilometri non
incontro anima viva e ciò rende questi luoghi ancora più surreali. E gli
uccelli? germani, folaghe, trampolieri…..dove saranno finiti? Solo qualche
gabbiano vola nell’azzurro pallido. I vecchi pescatori comacchiesi hanno sempre
raccontato dell’esistenza di particolari “angoli” di valle: microclimi meno
rigidi in inverno e più freschi d’estate. Chissà quanti segreti custodiscono le
valli di Comacchio.
Forse conosco uno di questi luoghi e ci arriverò fra cinque o sei chilometri.

LA TUTA DI BABBO NATALE

Presto sarà Natale, ancora una volta. Non posso immaginare il regalo che
Babbo Natale mi ha riservato fra qualche chilometro, qualcosa di speciale
da conservare nello “scrigno” dei ricordi.
Oltre la valle di Comacchio, dopo il bacino idrovoro, c’è l’oasi Zavelea: un
“triangolo” di valle a carattere paludoso con ampie estensioni di canneti. Per
gli appassionati naturalisti è uno dei luoghi più interessanti di tutto il
Delta
. Lì arriverò, poi farò ritorno a casa. Presto il freddo potrebbe avere
la meglio sul mio equipaggiamento e già accuso un certo malessere ai piedi (i
più esposti).
Rhurhurhurhurhu…
in quarta marcia a novanta
orari mi “restringo” infreddolito come a rimpicciolirmi. Con la mano sinistra
cerco il sollievo del calore emanato dalla testata, poi con la mano destra
sull’altra testata finchè la Guzzona col motore al minimo quasi esaurisce
la spinta inerziale e devo riagguantare la manopola del gas.
Chissà quale particolare tuta indosserà Babbo Natale nei lunghi viaggi
polari, e chissà dove sarà adesso con la sua magica slitta volante.

COME POTRANNO FARCELA?

Rhurhurhurhurhu…Ohh! Che spettaaaaaacolo!
Subito dopo il bacino idrovoro, sulla destra, una meraviglia degna del
National Geografic
. Scalo una marcia dopo l’altra e accosto, fermo la moto
lungo il ciglio, spengo il motore, apro l’asta laterale, tolgo casco e guanti,
poi scendo e vado freneticamente a cercare il binocolo tascabile nella borsa
laterale. Che emozione…quella veduta mi riscalda corpo e anima.
Oltre
i canneti dorati dal debole sole…là, nell’orizzonte in cui l’azzurro dell’acqua
e quello del cielo si fondono insieme, c’è la meraviglia del popolo volatile:
migliaia di uccelli vallivi si sono dati appuntamento quì per il loro “raduno”.
Scure folaghe sguazzano gioiose in una sfida a chi solleva più spruzzi, legioni
di germani improvvisamente spiccano il volo creando veloci ”ventagli” nel cielo
terso, mentre sugli isolotti i numerosi aironi grigi ritti sulle lunghe zampe
sembrano guardiani severi, immobili, con quel loro strano collo ricurvo.
Ma
sono le oche selvatiche il vero spettacolo in arrivo dal cielo: sono disposte in
ordinati stormi a “v” di dieci o dodici esemplari, la prima oca sulla “punta”
fronteggia la resistenza dell’aria e quando è stanca passa in coda, poi un’altra
compagna più riposata le dà il cambio. Arrivano dalla lontana Siberia dove vi
sono 25-gradi-sotto-zero per svernare quì, in questa oasi, e “scivolano”
esauste  sull’acqua con le ali aperte dopo migliaia di chilometri percorsi
lassù, a chilometri d’altezza, dove l’aria rarefatta richiede meno dispendio di
energie. La natura, questa poesia enigmatica, questa madre generosa ma anche
severa matrigna, ha risparmiato solamente le più forti fra loro: saranno forse
duecento le temerarie viaggiatrici. Quelle creature sono dotate di un coraggio
da non credere. Ma come faranno a orientarsi? Come riusciranno a sopravvivere?
Come potranno farcela? Altro che “stupido come un’oca”! Col binocolo
“seguo” ammirato quelle eroiche brigate arrivare dal cielo, uno stormo dopo
l’altro, chissà quante insidie avranno superato.

SI’, SIAMO STRANA GENTE…

La frustrazione mi assale quando penso che in questa zona cova il progetto di una
nuova autostrada. Un’altra?! Eppure basta consultare una “carta” dell’Italia per
scoprirla attraversata da una vera e propria ragnatela arancione (la rete
autostradale) da fare invidia ad una rubrica di enigmistica:  “quale via
dovrà scegliere il coniglio per arrivare alle carote? A, B o C?
”. E ancora
non basta…non basta…
Anche
quì prima o poi arriveranno nuovi capannoni, nuovi insediamenti, nuovo
“sviluppo”. E’ questione di tempo: ci prenderanno anche il “Texas”, l’ultimo
spazio libero rimasto. Vogliono saccheggiare anche il “nostro” Delta del Po e
farne una “Disneyland” idiota, quando invece potrebbe (dovrebbe)
diventare la nostra Camargue.  Infrastrutture, infrastrutture,
infrastrutture…tutti le bramano, da destra e da sinistra ne viene rivendicata la
paternità, mentre lo scempio perpetrato ai nostri paesaggi altro non è che un
“male necessario”, un congruo sacrificio da tributare allo “sviluppo” e al
“turismo”.
Molto
ingenuamente mi domando se vi sia veramente bisogno di nuove colate di cemento,
se non sarebbe preferibile migliorare la rete viaria già esistente (capillare e
spesso malridotta) invece di cementificare ancora, e ancora…, ma sto usando il
buonsenso: roba fuorimoda. Spero con tutto il cuore che il famigerato progetto
slitti ancora, e ancora,… per sempre.
Fra i
moltissimi motociclisti che ho incontrato ancora non ne ho conosciuto uno, uno
soltanto, estimatore delle autostrade. Le utilizziamo, certo, e ne consideriamo
le comodità (…che lautamente paghiamo),  ma non le ameremo mai.

Mah…lo ammetto: a volte mi vedo un po strano. Mi preoccupo per ciò che invece
lascia pressoché indifferente la “massa” degli individui; come la sorte dei
nostri ultimi paesaggi, la natura e i suoi abitanti. Resto chiuso in un
“osservatorio” con un cannocchiale e un “treppiedi” e sopporto il freddo
aspettando l’arrivo dei migratori dal Grande Nord, oppure soffro il caldo in
attesa dei fenicotteri dall’Africa. Mi sottopongo a faticose scarpinate sù e giù
per i sentieri boscosi del Casentino con lo zaino in spalla. Resto in sella alla
mia California per intere giornate, dall’alba al tramonto, e mi fermo
solo per pisciare o per fare il “pieno”…e vorrei un serbatoio capace di quaranta
litri. Oggi ho sfidato il gelo di questo severo inverno e il comune 
(pre)giudizio  (“Oh! Ma quello è matto!”) per arrivare quì e augurare un
Buon Natale al “popolo migratore”. Sì, a volte mi vedo davvero
strano…però mi sento forte di una ottima compagnia: la vostra.
Amico
mio, ti dirò che siamo molto simili: ci hanno fatti sensibili. Se la “massa” non
fosse così rinocerontiaca e ci assomigliasse almeno un po il mondo sarebbe un
tantino migliore. Non cambiare mai…e conservati per quello che sei: un “Gabbiano
Jonathan Livingstone
”.
Sì,
siamo strana gente…

UN BELLISSIMO REGALO

In un raro slancio di buonsenso perduto (buon Dio facci rinsavire!) abbiamo tutelato
questo luogo a nord della valle di Comacchio; vi abbiamo seminato Pace,
ed ecco che puntualmente un altro “popolo” ci ricambia. Aveva ragione il nonno:
alla fine sempre raccogli quello che semini”. La buona vecchia cultura
contadina.
Non
siamo soli, e non ci siamo “solo” noi su questo angusto pianeta-terra, altri
popoli ci accompagnano nel viaggio dell’esistenza e dobbiamo averne rispetto,
non abbiamo il diritto di devastare i loro abitat, le loro dimore, per
soddisfare le nostre onnipotenti necessità.
Un
meraviglioso e ancestrale silenzio regna ai bordi di questo lembo di valle oggi
popolato da migliaia di uccelli vallivi, solo la gioiosa eco in lontananza dei
loro richiami. Il ticchettio della California accaldata sembra quasi una
sfida alla dura legge del freddo; ancora una volta devo ringraziare “lei” per il
suo modo unico di farmi conoscere, capire, godere, e qualche volta soffrire
lungo le mie strade. Buon Natale a tutte le motociclette del mondo e ai loro
errabondi cavalieri. E Buon Natale al “popolo migratore”.

Presto sarà Natale, ancora una volta. Non so cosa troverò ai piedi
dell’albero e non ho pretese, mi accontenterei di un po di serenità (che è
moltissimo). E comunque oggi ho avuto un bellissimo regalo che custodirò nello 
“scrigno” dei ricordi migliori. Forse Babbo Natale esiste davvero.
Ripongo il binocolo e metto il casco, infilo le mani nei guanti, monto in sella
e giro la chiave…gnignigniWrumm! Guzzona mia ti voglio
bene! Un’ultima occhiata alla valle festosa di vita. Clock  della
prima, via, a casa.

Buon
Natale ragazzi, a voi e ai vostri cari. Di tutto cuore. E Buon Natale sulla riva
destra del lago azzurro.
Buon Natale! …tutti i giorni un po.

Fabio
Baldrati (Guzzi California EV 1100 p.i.)

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