pensieri d’Autunno









                                        
pensieri
d’
Autunno


                                                   
di Fabio Baldrati             


 


 


 


Dobbiamo tutelare il paesaggio
e gli animali


selvatici non perché abbiamo
bisogno di loro,


ma perché abbiamo bisogno
delle qualità umane


necessarie per
salvarli


       (con
modestia…) Fabio Baldrati    


      


 


Un autunno benevolo è la
stagione migliore per godere i piaceri di questa “malsana” passione.


Il “mio” appennino si tinge
dei colori di una tela di Matisse: il rosso rugginoso dei querceti, il
giallo vivo degli aceri, il sempreverde delle abetaie. Una bella giornata
autunnale trascorsa in moto zingareggiando sù e giù per l’appennino
tosco-romagnolo è un piacere senza eguali, un bagno benefico per gli occhi, un
toccasana per l’anima. Vorrei portarvi tutti con me nell’abbraccio con un
sincero amico: l’Autunno.


Bentornato Autunno, io
e la mia Guzzona ti abbiamo aspettato per mesi, sembravi non arrivare
mai.


Conservo sempre qualche giorno
di ferie per godermi in straordinaria solitudine le mie “strade del
cuore
” nel periodo dell’anno preferito. Sono giornate vagabonde e solitarie
trascorse in compagnia di un compagno fidato: il pulsare del bicilindrico.
Giornate ricche di soste sul ciglio dei tornanti col motore al minimo ad
ammirare panorami montuosi “dipinti” e mirabilmente incorrotti. Il “nastro
grigio” davanzti al manubrio e questi ultimi paesaggi selvaggi sortiscono su di
me un potere terapeutico, mi fanno bene al “sangue”. Ad ognuno il suo
lettino froidiano”;  per me
non c’è nulla di meglio dell’ampia sella della California attraverso le
Foreste Casentinesi in una limpida giornata
autunnale.


 


Durante la settimana il
traffico è quasi inesistente su questo asfalto e puoi finalmente goderti la
magia di un appennino sopravvissuto alla smania di costruire, costruire,
costruire… . Deturpare.


Rhurhurhurhurhu…
il sornione pulsare del bicilindrico ha riempito la mia giornata attraverso
alcuni passi appenninici, e ho scelto quelli meno inflazionati dal culto
romagnolo del “mutor”, per questo i più belli. Da mattina a sera, e non
mi è bastato.


Sono andato “giù” in mille
curve e ho tornito cento tornanti deciso a consumare le “gomme” fino al “ferro”
dei cerchioni. Ho bruciato molta benzina a frugare la “coppia bassa” di un
bicilindrico dal cuore impareggiabile. Con la bramosia di un bimbo goloso ho
cercato col tacco sinistro il Clock sul “bilanciere” del cambio e
vorrei avere venti marce  per godere
di una nota meccanica che fa di questa moto una Motocicletta…e le
Motociclette, lo sappiamo bene, sono poche. Sono rare come i paesaggi
conservati, i bei percorsi, gli animali selvatici, i Motociclisti. I
Guzzisti.


 


Rhurhurhurhurhu…da molto tempo ascolto la mia California, la
ascolto davvero, e non solo “la” ascolto, ascolto “Lei”.


 


LA GIOCONDA DELLE
MOTO


Se non ci fosse la Guzzi?
Penserei ad una “giapponese” (e che altro?!) combattuto in una indecisione a me
sconosciuta: scegliere fra elettrodomestici a due ruote tutti troppo simili.
Andrei in moto per un anno, forse meno, poi appenderei il casco al chiodo. Per
sempre.


Amico mio, ti dirò che nel
mondo motociclante nulla è come la Guzzi (e nessuno è come il
Guzzista); potrai trovare solamente di meglio o peggio, ma niente di
simile. Alcune “grosse” bicilindriche di Mandello con i loro pregi e difetti
sono come certi ritratti del Rinascimento: irripetibili e inimitabili.
…se osservi attentamente la Gioconda, la Dama con l’ermellino,
la stessa Venere del Botticelli, scoprirai che non sono poi
così bellissime, eppure sono madonne straordinarie.


Per me la California
rappresenta la Gioconda nell’epopea della motocicletta.


Quando ero ragazzino mi
precipitavo dopo la scuola davanzti al “bar dei mutùr”; e lì Francesco
(Cecco) innamorato “cotto” di Paolina-la-barista posteggiava in
bella mostra la sua California 850 sul “fianco” come solamente “lei”
poteva stare… Oh! che spettaaaacolo! Nel contesto di quei primi anni 70 in cui
raramente una “maxi” raggiungeva i 600 di cilindrata la California 850
era ambitissima; tutti si toglievano il cappello in segno di stima al suo
cospetto, proprio come il grande Henry Ford innanzi all’Alfa Romeo negli
anni ruggenti”. I suoi due cilindri a “V” alettati sembravanzo torri
Guelfe, le cromature risaltavanzo sul nero brillante, le pedane poggiapiedi, il
“bilanciere” del cambio…che leggenda quel Clock! E poi le borse
laterali, i tubi paraurti, una poltrona come sella, e l’ampio manubrio. Non si
era mai visto nulla di simile. Tutti la ammiravanzo, io la volevo, la volevo, la
volevo da grande. In seguito sarebbe diventata “1000”: ancora più bella, ancora
più ”grossa”. I tedeschi sulla loro stampa la battezzarono  il bufalo di Mandello”. Eh
sì…amico mio, se sei “giovane” di questa passione non puoi immaginare cosa è
stata la California nei suoi anni migliori: LA MOTOCICLETTA.


Egregio Presidente, la
rivogliamo! Regali a noi e a Se stesso una botta di
orgoglio!


 


EREDE DI UNA IDEA
GENIALE


La California è certamente una
delle Moto Guzzi “più Guzzi” fra le tante concepite sulle rive del lago, essa
eredita una idea geniale: la V7 Ambassador degli anni 70 in dotazione
alla polizia californiana. Una Custom che non è una Custom, ma un
capolavoro di moto “classica”. Le pedane poggiapiedi, il “bilanciere” del cambio
(una gioia tutta particolare), l’ampio schermo parabrezza, il tubo paracolpi; e
poi una impostazione di guida incredibile con cui puoi consumare 500 chilometri
senza sforzo in autostrada come sulle stradine anguste. E’ uno dei modelli che
hanno fatto il Rinascimento della Guzzi e l’orgoglio Guzzista.
Ancora oggi, nonostante una esterofilia grottesca e schizzofrenica, nella
versione nera con “filetti dorati” essa preannuncia l’arrivo del Presidente
della Repubblica e di Sua Santità il Papa. Sì, probabilmente è la Moto Guzzi
“più Guzzi” di ogni epoca. Spero vivamente che a Mandello vi sia coscienza del
patrimonio culturale e di concetti (e di appassionati) legati a questo
inossidabile modello. Fra le Moto Guzzi di domani non può mancare una nuova
California: una motocicletta imponente e austera che (ri)chiamerei
proprio Ambassador. In questo profondo autunno per molti appassionati è
un “sogno di una notte di mezza estate”. La realizzi Presidente, in molti
la aspettiamo.


 


INSIEME…


Nelle ore centrali della
giornata l’azzurro terso del cielo contrasta con i crinali variopinti a perdita
d’occhio, e sono vedute suggestive. Scalo “terza” e “seconda” e accosto sul
ciglio di un panoramico tornante: davanzti al manubrio il teatro di un vallone
“canadese” di boschi misti. Due poiane amoreggiano in volo senza un battito
d’ali e compiono grandi cerchi nel cielo in un solenne inseguirsi, poi
raccolgono il vento e scompaiono oltre una cresta di roccia scabra, lassù…dove
solamente loro possono osare. Una coppia di questi severi rapaci può restare
unita per tutta la vita; insieme condividono il cielo, il vento, i disagi delle
stagioni, le prede e la fame, i rischi e i pericoli; insieme crescono i piccoli,
a volte un pulcino soltanto, e sanno farne un fiero rapace. Anche le poiane sono
una “civiltà” assieme a molte altre che abitano le Foreste
Casentinesi
.


Indugio a lungo col motore al
minimo, le mani sui manubri e un piede a terra, prima di “rinsavire” al
Clock della prima marcia.


Casentino ti voglio bene.


 


UN TAPPETO DI
FOGLIE


Ho conservato per ultimo il
percorso prediletto. Arrivo nel tardo pomeriggio nella Foresta di Campigna,
cioè nel versante romagnolo del Casentino. E’ una delle ultime grandi
foreste d’Europa: vi sono abeti imperiosi decisi a conficcarsi in cielo, faggi
contorti autentici testimoni del tempo, fustaie ombrose che eludono timide
figure di caprioli e daini, e un ultimo grido di vita selvaggia: il
lupo.


Amo molto questi luoghi e più
volte nel corso dell’anno ci riporto le ruote della mia Guzzona, o meglio
è “lei” a condurre me in giornate vagabonde.


Rhurhurhurhurhu…
vado in moto da molti anni eppure il brontolare di questi due pistoni ancora mi
delizia e mi tormenta, esattamente come l’ “argento” sfuggente sotto di me.
Quante volte ti ho sentito pulsare davanzti alle ginocchia? Quante volte ti ho
visto sfumare sotto alle pedane?


Il “nastro grigio” mi conduce
curva dopo curva nella fiabesca Foresta di Campigna. Avverto il benevolo
respiro di un “popolo” magnifico quì ancora orgoglioso: gli alberi. Un tappeto
di foglie secche confonde il tracciato dell’asfalto dipanato fra questi boschi
prossimi al letargo; ai lati ventagli di foglie rugginose svolazzano al mio
passaggio per poi riposarsi dietro ai rimbrotti delle marmitte. Correre veloce
quì? Mi infliggerei un fastidio. Sarebbe un peccato oltrepassare la “terza”: la
marcia che preferisco.


Sabato tornerà lo “smanettone”
in stile Mazinga  a
“strisciare” le ginocchia su queste curve, rischierà la pelle (non quella della
tuta) in una concezione della moto a dir poco folle, egli conosce ogni curva a
menadito ma non si accorge di ciò che lo circonda. Come può divertirsi così?
Mah…sarò limitato, ma non lo capirò mai.


Domenica verrà l’automobilista
annoiato in un forzato esercizio che egli chiama “giro fuoriporta”, nel
chiuso dell’abitacolo guarderà ma non vedrà, attraverso i “rettangoli” dei vetri
si sorbirà supplementari dosi di TV.


Entrambi ignorano l’abbraccio
del Casentino, mai potrebbero accorgersi del volo di due poiane, oppure
di un temerario capriolo seminascosto fra gli alberi ai bordi della strada. La
natura elargisce i suoi piccoli-grandi spettacoli ai sensibili che sanno
guardare, non ai rinoceronti.


 


UNO SLANCIO DI BUONSENSO


Chi ha scelto l’angusta sella
di una moto e il vento addosso per scoprire il mondo vanta una sensibilità
particolare; egli vede e ascolta e respira e riflette…come un “turista” non
potrebbe mai fare. Gioisce in modo quasi infantile per la bellezza dei paesaggi
che attraversa, e soffre…sì, soffre, quando li trova volgarmente deturpati in
nome del “turismo” e dello “sviluppo”.


Anche questo asfalto gentile
ricoperto di foglie è costato la vita di molti alberi, certo, ma paradossalmente
non sembra una violenza al bosco e sovente vi sostano sopra gli animali
selvatici. Qualche volta, nel soddisfare le nostre onnipotenti necessità,
abbiamo saputo costruire perlomeno con decenza.


Amico mio, credi a me: il
Paesaggio e i numerosi volti della natura sono le cose più belle che
abbiamo. E’ un peccato che in troppi ignorino questi valori. Se ancora conosci
un bel luogo in cui portare le ruote difendilo, difendilo coi denti se
necessario perché non possiamo lasciarci derubare ancora, di “bellezza” ne è
rimasta poca. Cosa sarebbe il sorriso della Gioconda senza quel lembo di
Toscana dietro alle sue leggiadre spalle? Il Paesaggio è la “benzina” che
spinge le nostre moto.


Abbiamo tutelato questo
appennino fra Romagna e Toscana e ne abbiamo fatto un Parco Nazionale, un raro
slancio di buonsenso: che il buon Dio ce lo conservi e ci induca ad usarlo più
spesso.


Non c’è anima viva, fra una
curva e l’altra solo il borbottare del bicilindrico. In alcuni tratti davanzti al
manubrio un tunnell di fronde rugginose ormai spoglie sembra inghiottirmi,
procedo lentamente e mi sembra di “galleggiare” con le ruote su un tappeto di
foglie secche. Penso alla gioia che sa elargirti un manubrio: qualcosa che non
si può spiegare, solamente provare. E penso che dobbiamo tutelare il
Paesaggio e gli animali selvatici non perché abbiamo bisogno di loro, ma
perché abbiamo bisogno delle qualità umane necessarie per salvarli.


 


LAME DI
LUCE


Rhurhurhurhurhu…
ecco, finalmente, nel cuore della
Foresta di Campigna la “mia” radura e il “mio” tavolo di legno, chissà
quanti gioviali e rumorosi pic-nic avrà sopportato. Oggi sopporta me e questo
block-notes troppo piccolo per ciò che vorrei scriverci. I miei scritti, belli o
brutti, nascono nei miei itinerari, nei miei luoghi, sulle mie “strade del
cuore
”. E quasi sempre in sella alla mia moto, la mia Guzzi California
EV1100 p.i.


La osservo inclinata sul
“laterale”: mi ricorda con un po di nostalgia la mitica California 850 di
Cecco, e correva il 1973 (avevo 12 anni). E’ dotata di
iniezione-elettronica e punterie-idrauliche, materiali e componentistica non
sono neppure imparentati con la sua progenitrice, la “850”,…eppure a
distanza di trent’anni ha conservato la sua essenza, è sempre “lei”. Una
longevità rara nel mondo della moto dove i modelli “passano” come la frutta di
stagione. La osservo mentre metto “giù” questi miei pensieri d’Autunno
(magari un po squinternati); alcune foglie cadenti le accarezzano la sella, il
serbatoio, si adagiano sulle pedane poggiapiedi e sui coperchi delle testate,
scivolano sul casco sistemato su uno specchio.


Il ticchettio del motore
accaldato è l’unico rumore esistente, non c’è una minima brezza di vento, la
Foresta di Campigna sembra un luogo in cui ha vinto la pace. Ma non è
così: fra un paio di settimane inizierà il duro inverno e solo i più forti gli
sopravviveranno, fra poche ore arriverà il buio e l’ululato del capobranco
scandirà l’inizio della caccia. Forse ciò che chiamiamo “pace” non esiste, è
semplicemente un piccolo-grande intervallo fra le piccole-grandi lotte
ingaggiate dai piccoli-grandi “popoli” della terra. Sarà vero che l’energia che
fa girare il mondo non è la pace, ma il suo contrario? E’ il gioco crudele fra
predatori e predati? Fra aggressori e aggrediti? Galileo si è sbagliato? Non
voglio crederci. E se veramente è così…buon Dio manda gìù nuovamente qualcuno, e
che non sia un ragazzo come la volta scorsa.


 


Bè, comunque, la Pace
nelle ruote: ecco l’essenza di questa passione.


 


Il sole pesante filtra nel
labirinto dei fusti con calde lame di luce attraversate dalle foglie nella loro
flebile caduta. A volte, guardando il bosco,  ne rimani ammaliato. “Il bosco
migliora chiunque
” ha scritto Hermann Hesse, il mio autore preferito.
Tatanga Mani rinchiuso in una “riserva” come un’aquila in gabbia così affermò
nel 1935: “Sai che gli alberi parlano? Sì, parlano. Parlano l’un con l’altro,
e parlano a te, se li stai ad ascoltare
”. Il giornalista del Post lo
prese a risate…il solito “stregone pazzo”. Hesse era un Nobel per la
letteratura, e Tatanga Mani aveva la sapienza che manca a noi moderni
arroganti.


Un giorno ti porterò quì,
amico mio, e dopo vorrai tornarci ancora, e ancora…


Sono lontano da casa e fra
poco vincerà l’oscurità, ancora una volta viaggerò al buio sulla via del ritorno
in compagnia del “cono” luminoso. Hai mai viaggiato di notte in moto? Dovresti
provare.


Mentre mi abbottono la giacca
noto sul terreno alcune inconfondibili impronte di capriolo. A volte qualche
esemplare si lascia intravedere fra le curve, oppure lungo i brevi rettilinei in
cui i boschi degradano; queste timide creature armate solamente di paura vengono
a spiare gli strani esseri dotati di enormi occhi lucenti (i fari accesi) che
corrono veloci con bizzare zampe (le ruote). Hai mai visto i caprioli liberi nel
bosco? I loro occhi sono scuri diamanti ardenti, e ti lasciano qualcosa di
magico che non scorderai mai. Ridi pure di me, se vuoi, ma io non mangerò mai
capriolo.


Grazie ancora,
Casentino mio, per questa ennesima e normale, normalissima, straordinaria
giornata in moto.


Rhurhurhurhurhu…grazie ancora fratello dai pistoni a
“V”.


E lampeggi a “V” a tutti voi,
ancora una volta.


 


Fabio
Baldrati.

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